[Books] Morte al Pub di Ngaio Marsh (Roderick Alleyn #9)

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Titolo originale: Death at the Bar

Autore: Ngaio Marsh

Prima edizione: 1940

Edizione italiana: traduzione di Dario Pratesi (Polillo – Collana: I Bassotti, 2004)

Presentazione dell’editore: Tre vecchi amici in vacanza – un avvocato, un pittore e un attore – un pub di campagna e il solito gruppo di avventori. Sembra un’altra innocente serata di bevute e partite a freccette e invece un inspiegabile delitto sta per sconvolgere il Plume of Feathers, tranquilla locanda nel South Devon. Un abilissimo giocatore viene sfidato da uno dei tre amici a ripetere ancora una volta un gioco di destrezza che consiste nel riuscire a conficcare le freccette tra le dita di una mano appoggiata al bersaglio. Al quarto lancio, però, la freccetta scalfisce la mano dello sfidante. Tutto sembra risolversi in un grande spavento, qualche goccia di sangue, un po’ di tintura di iodio e un bicchiere di cognac. Ma quando la luce, che è mancata per pochi minuti a causa di un violento temporale, torna a illuminare il locale, il ferito giace morto. Causa del decesso: avvelenamento. Solo che la freccetta proveniva da una confezione appena aperta e il liquore lo avevano bevuto tutti. Dunque, come è stato somministrato il veleno mortale? Da chi e perché? Ngaio Marsh, che da sempre contende alla Christie e alla Sayers il titolo di “regina del crimine”, rivela in questo romanzo del 1940, finora inedito in Italia, una freschezza d’ispirazione e una sapienza nella costruzione dell’intreccio e nella caratterizzazione dell’ambiente da fare invidia alle sue celebri rivali.

Ngaio Marsh è sempre un piacere, e anche Morte al pub non delude.

Ammetto di aver gradito la lunga introduzione dei personaggi, che solletica il lettore facendo ben presto capire chi sarà la vittima (e anche quale occasione sarà sfruttata per il delitto), e mettendo a disposizione una nutrita schiera di possibili colpevoli.
Di per sé Alleyn e il fidato Fox non sono il duo di investigatori più entusiasmante della letteratura gialla, forse perché non hanno particolari vezzi a caratterizzarli, e stavolta ci sono un po’ troppe digressioni/riflessioni sul lavoro della polizia, ma si perdona tutto di fronte a un buon giallo d’annata.

Inutile aggiungere altro: se amate la Golden Age della crime fiction, Polillo ha fatto ancora una volta centro!

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