[Books] La città di ottone di S. A. Chakraborty (The Daevabad Trilogy)

978880472370HIG

Titolo originale: The City of Brass

Autore: S. A. Chakraborty

Prima edizione: 2017

Edizione italiana: traduzione di Lia Desotgiu (Mondadori – Collana: Fantastica, 2020)

Presentazione dell’editore:

EGITTO, XVIII SECOLO. Nahri non ha mai creduto davvero nella magia, anche se millanta poteri straordinari, legge il destino scritto nelle mani, sostiene di essere un’abile guaritrice e di saper condurre l’antico rito della zār. Ma è solo una piccola truffatrice di talento: i suoi sono tutti giochetti per spillare soldi ai nobili ottomani, un modo come un altro per sbarcare il lunario in attesa di tempi migliori.

Quando però la sua strada si incrocia accidentalmente con quella di Dara, un misterioso jinn guerriero, la ragazza deve rivedere le sue convinzioni. Costretta a fuggire dal Cairo, insieme a Dara attraversa sabbie calde e spazzate dal vento che pullulano di creature di fuoco, fiumi in cui dormono i mitici marid, rovine di città un tempo maestose e montagne popolate di uccelli rapaci che non sono ciò che sembrano. Oltre tutto ciò si trova Daevabad, la leggendaria città di ottone. Nahri non lo sa ancora, ma il suo destino è indissolubilmente legato a quello di Daevabad, una città in cui, all’interno di mura metalliche intrise di incantesimi, il sangue può essere pericoloso come la più potente magia. Dietro le Porte delle sei tribù di jinn, vecchi risentimenti ribollono in profondità e attendono solo di poter emergere. L’arrivo di Nahri in questo mondo rischia di scatenare una guerra che era stata tenuta a freno per molti secoli.

Il 9 giugno 2020 arriva La città di Ottone, primo volume della trilogia The Daevabad di S. A. Chakraborty. Ringrazio Oscar Vault per aver avuto la possibilità di leggere in anteprima il romanzo.

Non sono un’esperta di fantasy, anche se ultimamente mi sono concessa qualche incursione nel genere. Sarà per questo che ogni volta che il viaggio in questi territori semi-sconosciuti mi appaga, i miei toni diventano piuttosto entusiasti: se una quasi neofita come me ha gradito, la storia ha un suo perché, e non si limita a soddisfare i soliti fan abituati ad un certo tipo di narrazione con tutte le sue convenzioni.

Nahri è una ragazza senza famiglia che vive di espedienti ne Il Cairo del XVIII secolo. Raggira sciocchi creduloni, propinando pozioni e amuleti, e arrotondando con qualche furterello. Eppure il suo non è tutto fumo: da che ne ha memoria, è sempre stata in grado di intuire lo stato di salute di una persona, diagnosticando istintivamente malattie, oltre ad avere la capacità di guarire con estrema rapidità. Il suo sogno è di riuscire a racimolare abbastanza soldi da poter andare ad Istanbul e farsi accettare come studentessa di medicina. Tutto cambia dopo una zār, l’esorcismo rituale femminile utilizzato per allontanare i jinn che hanno preso possesso di un individuo: avrebbero dovuto essere solo canti e danze volte ad assicurarle un pasto gratuito, eppure quella sera stessa si trova ad essere bersaglio di spiriti maligni, non certo armati di buone intenzioni. Probabilmente farebbe una brutta fine se non fosse per un jinn guerriero risvegliatosi insieme ai suoi nemici: Dara, incondizionatamente fedele all’antica dinastia Nahid, è pronto a tutto per difendere la strana ragazza che si trova di fronte, riconoscendo in lei l’ultima discendente della stirpe (anche se con il sangue un po’ “annacquato” da frequentazioni umane). Volente o nolente, Nahir viene trascinata su un tappeto volante alla volta di Daevab, l’antica città di ottone fondata dai suoi antenati, una città magica, nascosta agli occhi degli uomini, dove verrà coinvolta suo malgrado nella lotta tra le varie tribù jinn, e tra questi e gli shafit (il frutto dell’unione tra un un jinn e un essere umano).

Ho apprezzato moltissimo l’ambientazione araba e i riferimenti a leggende come quelle dei “geni”, con tanto di tappeti volanti. Il mondo fantastico creato da S. A. Chakraborty è estremamente affascinante, ed è davvero difficile non farsi coinvolgere.

Nonostante qualche piccola ingenuità (principalmente nella sottotrama romantica dagli sviluppi alquanto prevedibili), la storia è senza dubbio molto solida, in grado di tenere il lettore incollato alla pagina.

Abbiamo davvero un po’ di tutto:  c’è un’eroina alla ricerca di se stessa e del suo posto nel mondo, che non è esattamente un’anima candida; d’altra parte c’è pure chi vive seguendo rigidamente la morale, come il principe Ali, e finisce per essere vittima della propria ingenuità, costretto a capire il prima possibile che non è possibile oscillare tra due fazioni: prima o poi bisogna schierarsi, anche sporcandosi le mani. C’è poi chi come Dara è per alcuni un eroe e per altri un mostro sanguinario, ed in fondo è così in ogni guerra: a seconda da che parte ci si trova, la prospettiva varia completamente, e si può essere contemporaneamente sia vittime sia aguzzini.

Il continuo alternarsi di luci e ombre nella caratterizzazione psicologica del terzetto protagonista offre grande dinamismo, con un risultato che è tutt’altro che banale, e a cui fa eco la conflittualità sociale che caratterizza Daevabad e tutto il mondo jinn: ci sono gli oppressi e gli oppressori, e non è detto che i ruoli non siano destinati a scambiarsi come già successo in passato. Il male viene subito, ma anche inflitto, e non c’è nessuno davvero innocente.

Se ancora non fossimo soddisfatti, aggiungiamo una serie di domande per il momento senza risposta, una buona dose di intrighi di corte e il gioco è fatto: La città di ottone è ottimo romanzo fantasy, con un’ambientazione intrigante, ricco di spunti di riflessione sotto diversi punti di vista. Se si comincia a leggere, difficilmente si smetterà prima di arrivare alla fine.

 e 1/2

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