[Tv Series] Castle Rock (I-II stagione)

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Titolo originale: Castel Rock

Genere: soprannaturale, horror, drammatico

Creato da: Sam Shaw e Dustin Thomason, e basato su personaggi e luoghi creati da Stephen King

Anno: 2018 –

Stagioni: 2

Status: continua

Cast:

I STAGIONE

Bill Skarsgård … Il Ragazzo
André Holland … Henry Deaver
Melanie Lynskey … Molly Strand
Jane Levy … Jackie Torrance
Sissy Spacek … Ruth Deaver
Scott Glenn … Alan Pangborn
Terry O’Quinn … Dale Lacy

II STAGIONE

Lizzy Caplan … Annie Wilkes
Paul Sparks … John ‘Ace’ Merrill
Barkhad Abdi … Abdi Howlwadaag
Elsie Fisher … Joy Wilkes
Tim Robbins … Reginald ‘Pop’ Merrill
Yusra Warsama … Dott.ssa Nadia Howlwadaag
Matthew Alan … Chris Merrill

Disponibilità italiana: Starzplay


Chi non conosce, almeno parzialmente, opere e personaggi creati da Stephen King, per lo meno attraverso i tanti adattamenti cinematografici e televisivi? Direi quasi nessuno, dato quanto il “Re” è entrato a far parte della cultura popolare.

Castle Rock nasce da questo presupposto: non è un adattamento, in quanto si tratta di una storia originale, ma i personaggi e i luoghi in cui si svolge la vicenda sono conosciuti ai più, proprio grazie a romanzi, racconti e relative trasposizioni.

La prima stagione si apre con il suicidio del direttore del carcere di Shawshank, proprio il suo ultimo giorno di lavoro. Di lì a poco un ragazzo verrà ritrovato in un’ala abbandonata del penitenziario: di lui non si sa nulla, né nome, né età, né, soprattutto, perché il direttore Lucy lo abbia imprigionato. L’unica cosa che si riesce a strappargli è un nome, Henry Matthew Deaver, un avvocato specializzato nell’assistenza dei condannati a morte. Henry Deaver, pur vivendo da anni in Texas, è piuttosto conosciuto a Castle Rock: quando era ancora un ragazzino, è scomparso per 11 giorni, evento di cui non ricorda assolutamente nulla, ed è stato sospettato dell’omicidio del padre adottivo, il reverendo Deaver. Essere un ragazzino di colore, per di più ritenuto un parricida, non è il massimo se si cresce in un piccolo paese di provincia (bianco). Per questo Henry non ama tornare a Castle Rock, nonostante lì viva ancora sua madre. Per quanto riluttante, dopo un’iniziale esitazione, decide di interessarsi al caso e di scoprire chi sia il ragazzo e perché sia finito a Shawshank, finendo per riportare a galla misteri che lo riguardano da vicino.

La prima stagione di Castle Rock è un thriller con elementi soprannaturali e leggere venature horror, che sa come tenere sempre alta l’attenzione dello spettatore, pur permettendosi il lusso di puntate (la 1×07) in cui accade ben poco, ma che colpiscono per la complessità narrativa. Nell’episodio citato, ad esempio, si vuole cercare di trasporre sullo schermo la realtà di un malato affetto da demenza (la sempre apprezzabile Sissy Spacek) che si trova costantemente sbalzato dal presente al passato, non riuscendo più a distinguere l’uno dall’altro. Potrebbe sembrare qualcosa di completamente fine a se stesso, eppure la lungimiranza della sceneggiatura è tutta nel saper amalgamare la vicenda di Ruth Deaver con quello che è il vero fulcro della vicenda.

Tantissimi gli elementi “kingiani”:  poteri soprannaturali, luoghi infestati, pazzi (o profeti) convinti di essere chiamati a combattere il male che potrebbe avere assunto le sembianze di un semplice ragazzo.
E poi ci sono luoghi come il penitenziario di Shawshank (Rita Hayworth e la redenzione di Shawshank da cui è stato tratto Le ali della libertà) e Castle Rock (Cujo, La metà oscura, Cose preziose, giusto per citare alcuni romanzi), o personaggi come Alan Pangborn, lo sceriffo di Castle Rock che compare nella tante opere ambientate nella piccola cittadina. Abbiamo persino una tassista dalla lingua lunga, appassionata di storie locali, nipote di quel certo scrittore che aveva accettato l’incarico di custode di un albergo durante la chiusura invernale, finendo con il perdere la ragione. In suo onore si fa chiamare Jackie, Jackie Torrance.

Al di là dei tanti collegamenti con l’universo creato da King, è l’atmosfera che la serie tv riesce a ricreare che è degna dell’autore di Carrie, It e di tantissime altre pietre miliari della letteratura horror e fantastica degli ultimi decenni. Lo stesso season finale è molto King, e molto poco accomodante rispetto ai tipici canoni televisivi.

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La seconda stagione “osa” di più, e vira più decisamente verso l’horror, prendendo a mani basse e senza troppi scrupoli da alcune delle opere più celebri, prima fra tutti Misery non deve morire, con cui condivide la protagonista, Annie Wilkes.

Vediamo una Annie più giovane rispetto alla sua conosciutissima incarnazione con le sembianze di Kathy Bates. È poco più che trentenne e vaga per gli USA insieme alla figlia Joy. Non usa il suo vero nome, ma riesce comunque a farsi passare per un’infermiera in modo da procurarsi gli psicofarmaci di cui ha bisogno. Le loro sono brevissime soste, in attesa di raggiungere finalmente “il posto del gran ridere”, ma con una Joy adolescente diventa sempre più difficile far digerire alla ragazza quel tipo di vita. Un guasto le costringe a fermarsi più a lungo del solito dalle parti di Castle Rock, vicino a Jerusalem’s Lot, meglio conosciuta come Salem’s Lot (Le notti di Salem), che sta per celebrare il suo quarto centenario. C’è una certa tensione, dovuta alla contrapposizione, anche razziale, tra la criminalità locale, capeggiata da Ace Merril (il bullo del racconto The Body, e relativa la trasposizione cinematografica, Stand By Me) e la comunità somala alle prese con la costruzione di un centro per le attività commerciali su un lotto di terra da tempo ritenuto maledetto a causa delle leggende su adoratori del diavolo che lì si erano insediati. Annie si trova ad aver a che fare con Merril ben più di quanto vorrebbe, finendo per innescare una catena di eventi che potrebbero portare alla  fine di Castle Rock.

Se nella prima stagione il citazionismo era più da intenditori, nella seconda si gioca pesante, e si realizza una sorta di mash up, attingendo da più opere contemporaneamente. Il risultato non è male, soprattuto per come la nuova stagione viene pian piano ricollegata alla prima, pur non giocandosi tutte le carte in un colpo solo (probabilmente in vista di nuovi episodi): se all’inizio l’impressione era quella di una serie antologica con stagioni a se stanti, mano a mano che si procede emerge l’intenzione di un disegno più complesso e articolato. Accattivante anche l’interpretazione di Lizzy Caplan, che riesce a dare nuova linfa vitale ad un personaggio iconico di cui pensavamo di saper tutto; eccede un po’ troppo nel voler dar voce ad un istinto materno malato, ma quando si tratta di “entrare in azione” è impareggiabile.

Apprezzabile anche la sottotrama con protagonista Pop Merril.

In sostanza, Castle Rock è un continuo gioco di specchi, fatto di luoghi, personaggi e persino interpreti (nella prima stagione abbiamo Sissi Spacek, protagonista di Carrie; nella seconda, Tim Robbins, l’Andy Dufresne de Le Ali della Libertà), che nel complesso convince, pur non mancando alcune sbavature: se nella prima stagione possono essere giustificate dalla possibilità di trovare una spiegazione in futuro (lo schisma, ad esempio), nella seconda sono meno scusabili (il già accennato eccessivo istinto materno di Annie, che pare potersi esprimere solo attraverso un continuo urlare “Joy! Joy!”).

Ad ogni modo, c’è ancora molto da raccontare.

GIUDIZIO POPCORN:

e 1/2

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