[Books] Il priorato dell’albero delle arance di Samantha Shannon

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Titolo originale: The Priory of the Orange Tree

Autore: Samantha Shannon

Prima edizione: 2019

Edizione italiana: traduzione di Benedetta Gallo (Mondadori – Collana: Oscar fantastica, 2019)

Presentazione dell’editore: Il romanzo fantasy dell’anno. La casa di Berethnet ha regnato su Inys per mille anni ma ora sembra destinata a estinguersi se la regina Sabran IX non si sposerà e darà alla luce una figlia. I tempi sono difficili, gli assassini si nascondono nell’ombra della corte. A vegliare segretamente su Sabran c’è Ead Duryan, adepta di una società segreta che, grazie ai suoi incantesimi, protegge la sovrana. Ma la magia è ufficialmente proibita a Inys…

Presentato come “il romanzo fantasy dell’anno” (un epic fantasy, per la precisione stando alle parole dell’autrice), Il Priorato dell’Albero delle Arance è senza dubbio un racconto avvincente, molto intricato, ma, ahimè, non mancano i difetti, almeno secondo lo sottoscritta, più che consapevole di essere in netta minoranza, date le vendite e le recensioni entusiaste (basta fare un salto su Goodreads per trovarsi di fronte ad un mare di 5 stelline). Probabilmente c’è chi li considera peccati minori (o magari non li considera affatto, perché ritenuti trascurabili rispetto al resto), e forse anch’io avrei fatto lo stesso se non ci fosse stata una (personalissima) sensazione di fondo che mi ha fatto storcere sempre più il naso mano a mano che procedevo nella lettura.

È bene procedere con ordine, e poiché non mancheranno anticipazioni sulla trama, è doveroso un bel

SPOILER ALERT

Non mi soffermo sulla trama in sé (anche perché riassumere 800 pagine di romanzo rischia di mettere alla prova chiunque volesse leggere il presente commento), ma, analizzandola a grandi linee, a non convincermi sono stati:
– la facilità con cui vengono risolti alcuni punti chiave, come l’identità del Coppiere o il nascondiglio di Ascalon (giusto per fare due esempi): in soldoni, abbiamo delle improvvise “illuminazioni” che finiscono con il semplificare un po’ troppo le cose. Nel caso del Coppiere, è plausibile che basti concentrare l’attenzione su un particolare perché un’idea si faccia strada, ma che da questo si riescano a comprendere anche le motivazioni “accessorie” (dato che la semplice brama di potere non sembrava sufficiente…) che hanno portato a quanto accaduto ai danni delle Berethnet, è forzare la mano;
– il ruolo centrale di una storia d’amore tanto prevedibile quanto stereotipata (non basta che coinvolga due donne per diventare originale);
– lo sbilanciamento tra le prime parti e il finale, risolto piuttosto rapidamente (forse, superate le 700 pagine, qualcuno ha fatto notare all’autrice che era arrivato il momento di concludere). Allo stesso modo, le vicende ad Occidente finiscono per prevalere nettamente su quelle orientali, nonostante all’inizio sembrasse che si volesse mantenere un costante equilibrio. Lo stesso Meridione, sebbene sede del Priorato, non è che una piccola deviazione, e a tal proposito c’è anche da notare come il contribuito delle Ancelle di Cleolind, nate per combattere il Senza Nome, si riduca alla sola Ead, con le altre Sorelle eliminate dai giochi prima ancora di entrare nel vivo. Visto da questa prospettiva, il Priorato si rivela uno degli Ordini Combattenti più inutili che la storia ricordi: si sono preparate per mille anni, e quando finalmente arriva il momento di dare un senso alla loro esistenza, ecco che nemmeno vengono invitate alla grande battaglia finale. Il fatto che Kalyba si sia impossessata dell’Albero non giustifica l’assenza delle Ancelle: non sono forse le più fantastiche-eccezionali-super-mega guerriere di sempre?
– alcune incoerenze di fondo, o meglio alcune contraddizioni: uno dei punti d’arrivo del romanzo dovrebbe essere il dimostrare la vacuità di una religione creata da un uomo (Galian Berethnet) che ha reso sacro il proprio sangue e quello dei suoi più fedeli seguaci (i Sei Cavalieri di Virtù); alla fine, però, c’è sempre un “sangue”, inteso come ascendenza,  a giustificare le grandi imprese compiute dalle protagoniste, Ead e Tanè, entrambe discendenti dalle grandi eroine del passato. Allo stesso modo, se ci fermiamo a Inys, è difficile dire se siamo di fronte ad una mentalità misogina o meno: il mito di Galian parrebbe essere tale, dato che relega Cleolind al ruolo di damsel in distress (e non a caso viene comunemente ricordata come la Donzella); eppure sembra una società in cui il genere non limita affatto le possibilità di un individuo, dato che le donne possono tranquillamente raggiungere le posizioni di maggior prestigio (la discriminante maggiore dovrebbe essere la propria linea di sangue).

C’è poi uno stile narrativo alquanto pedante, appesantito dall’eccesso di particolari dedicati alle precedenti sovrane Berethnet: mille anni e trenta e più regine di cui non sentiamo l’esigenza di conoscere ogni impresa, anche perché insignificanti nell’economia della storia principale. L’impressione è che Samantha Shannon cerchi costantemente il plauso per il suo worldbuilding, e a dimostrazione di quanto sia articolato il mondo da lei costruito, ecco che abbonda con specifiche fine a se stesse. Se un evento del passato ha ripercussioni sul presente, rievocarlo non è tempo perso, ma sapere quale Berethnet era anche un’eccellente urbanista e cosa ha costruito è del tutto superfluo. Non sono una grande conoscitrice di fantasy, quindi non so quanto si sia soliti indulgere in tal senso, ma leggendo saghe come l’Attraversaspecchi o Winternight non ho mai avvertito una simile pesantezza. Se mi sono trovata a sbadigliare non è stato per le 800 e passa pagine, ma perché si sarebbe potuto sfoltire su tanti dettagli; non ho problemi quando ci si sofferma su pietanze, abiti e simili perché, a mio avviso, molto evocativi e arricchiscono la narrazione, ma all’ennesima ripetizione dell’albero genealogico Berethnet non ne potevo più.

Se, arrivata a questo punto, vi sembro impietosa, sappiate che questi per me sono comunque i difetti “minori”, dato che è stato altro ad infastidirmi.
Purtroppo, mano a mano che procedevo con la lettura, ho avuto la sensazione (personalissima ed estremamente opinabile) di un romanzo pensato ad uso e consumo di un certo pubblico da cui si cerca consenso, e lo si fa con determinate scelte, molto studiate e poco spontanee.

In altre parole, Il Priorato è uno YA fatto e finito (nonostante l’età di alcuni protagonisti) che vuole far presa tra i giovani lettori dalla vedute “moderne”, per cui si attiene a precise “regole”.
Siamo tutti contro l’eteronormatività, vero? Bene, ecco allora che le due storie d’amore su cui ci si sofferma di più, mostrando anche scene di intimità, sono a sfondo omosessuale (una lesbica, una gay, per non rischiare di fare torto a nessuno).
Sono la prima a sostenere l’importanza della “rappresentazione” in ogni media, che si parli di un libro, di un fumetto, di una serie tv o di un film, ma quando il tutto è ridotto a mero marketing, l’ipocrisia di fondo mi irrita. Forse sono io ad aver frainteso, ma, ad esempio, tornando alla pagine Goodreads dedicata al romanzo e in particolare al Reader Q&A, ecco che la seconda domanda in ordine di popolarità è “Are there LGBTQ characters in this book? 🙂“, a cui l’autrice solertemente risponde “Yes, there are!“. Da quando in qua l’orientamento sessuale di un personaggio è un fattore discriminante nella scelta di un libro da leggere? Davvero pensiamo che basti questo per definirci sostenitori della causa LGBTQ? Non stiamo forse banalizzando il problema?

Un discorso analogo può essere fatto per l’altro grande “mah”, ossia la questione delle strong female characters (scritto in inglese di proposito, dato che anche in questo caso mi sembra qualcosa fatto per ottenere l’approvazione social – tipo tumblr o qualunque altra cosa ora vada per la maggiore).
Come già accennato, Samantha Shannon immagina un modo in cui il sesso biologico non limita minimamente il ruolo si può conquistare nella vita, e così in quasi tutte le posizioni di potere troviamo donne (gli uomini sono poche eccezioni, per lo più tra i regnanti). La cosa sarebbe essere edificante, se non fosse che Shannon finisce con lo strafare, e non solo per la disparità numerica: non c’è un solo personaggio femminile che non sia senza ombra dubbio eccezionale, straordinario. Sono tutte fiere, indomite, leali, pronte a sacrificarsi per un’ideale o un’amica, e persino alle villain va riconosciuta un’incredibile forza di volontà. In altre parole, ne Il priorato dell’albero delle arance non c’è spazio e per la donna comune, ordinaria, che rifiuta il combattimento (persino le Ancelle del Baldacchino con una vita in cui c’è spazio per tante frivolezze sono comunque armate di pugnale per difendere la loro regina!). Se qualcuno è tentato di parlare di femminismo, per me non si va oltre il femminismo da t-shirt. Solo nel caso di Tanè, la caratterizzazione è meno sbilanciata, con motivazioni del tutto egoistiche che la portano a compiere scelte sbagliate (per quanto funzionali alla storia). Che Sabran anche abbia dei “difetti” è tutto da discutere: viene presentata come la tipica erede al trono viziata, manipolabile e capricciosa, ma al momento del bisogno, ecco che è comunque all’altezza del proprio ruolo. Su Ead preferisco stendere un velo: vogliamo dire che il suo unico punto debole è l’amore? Troppo melenso per i miei gusti. Ironicamente, i personaggi più “umani”, con cui è più facile empatizzare, sono gli uomini, che uniscono pregi e difetti, e il fatto che i secondi prevalgano sui primi non è poi così negativo. Nyclais Roos è un imbroglione, ubriacone, bugiardo e meschino, eppure suscita comprensione; lo stesso Galian, pur peccando di superbia tanto da farsi adorare come un dio, era mosso dal proposito di unificare i regni di un tempo sotto un’unica bandiera (e si sa, pur essendo elemento di controversie, la religione può rivelarsi anche un potentissimo elemento unificatore. A sua volta, inoltre, è stato ingannato, e i meriti che si è attribuito sono in parte frutto di un’illusione e non di un calcolo, tanto che, scoperta la verità, ha scelto per sé la morte.
Insomma, volendo riassumere quest’ultima lunghissima tiritera, a mio avviso si esagera nel voler glorificare i personaggi femminili, perché una donna può essere un personaggio estremamente positivo senza necessariamente essere eccezionale, né c’è il rischio di venire automaticamente oscurata se un personaggio maschile è sul suo stesso piano (Shannon pare provar gusto a sottolineare continuamente il divario in termini di capacità tra uomini e donne – vedi il caso di Meg e Loth).

 

Allora, vale la pena di avventurarsi in queste ottocento e più pagine? Se siete amanti del fantasy o anche più semplicemente di storie avventurose che sanno mescolare svariate suggestioni mutuate da antiche leggende, sicuramente sì. È innegabile anche una buona dose di epicità, e un ritmo piuttosto incalzante. È un capolavoro? A mio avviso no, ed è un po’ troppo figlio dei nostri tempi, ma non credo che il parere potrà minimamente scalfire l’entusiasmo dei fan.

e 1/2

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