[Books] Riunione di famiglia di Francesca Hornak

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Titolo originale: Seven Days of Us

Autore: Francesca Hornak

Prima edizione: 2017

Edizione italiana: traduzione di Silvia Manzio (Mondadori – Collana: Omnibus Stranieri, 2018)

Presentazione dell’editore: La villa nel Norfolk piena di spifferi che Emma ha ereditato è perfetta per le festività natalizie e per la prima volta dopo anni è pronta ad accogliere la famiglia Birch al completo. Ci sarà miracolosamente anche Olivia, la figlia maggiore, che di solito è in giro per campi profughi come operatrice umanitaria. In realtà, il ritorno di Olivia non è voluto: in Liberia, durante la sua ultima missione, è scoppiata una terribile epidemia che la costringe a rientrare e a trascorrere una settimana in completo isolamento per assicurarsi di non aver contratto il virus. E quali compagni migliori per questo ritiro forzato che i propri familiari?

Chiusi in casa per sette giorni, separati dal resto del mondo senza nemmeno una connessione wi-fi decente, i Birch devono condividere un’inusuale intimità. Resa via via più problematica dai piccoli e grandi segreti che nessuno vuole rivelare fino al termine della quarantena e dai preparativi di matrimonio della figlia più piccola che, all’opposto di Olivia, non è mai entrata in contatto con il benché minimo problema della vita vera. In un’atmosfera sull’orlo della crisi di nervi, che cosa potrebbe peggiorare le cose se non l’arrivo di un ospite decisamente inatteso?

Un romanzo brillante che mette a nudo i cortocircuiti tra parenti e ci ricorda che non c’è niente di meglio – e di peggio – di una riunione di famiglia (a Natale). Una commedia divertente e sentimentale nella migliore tradizione inglese.

Mi aspettavo un dramedy dal piglio molto british, e invece mi sono ritrovata tra le mani una storia semplicemente noiosa.

Olivia è un medico volontario in Liberia, impegnata contro la Haag. Secondo il protocollo previsto per i periodici avvicendamenti, una volta a casa dovrà restare in isolamento per una settimana. Il caso vuole che sia proprio la settimana di Natale, e sua madre Emma non vuole che passi da sola le festività, e così tutti e quattro i Birch rimarranno in quarantena nella vecchia villa nel Norfolk. Olivia non è certo entusiasta (e non per la reclusione forzata): negli ultimi anni ha sempre trovato il modo di essere all’estero in qualche missione umanitaria, pur di evitare la compagnia di una famiglia con cui sembra non avere nulla in comune…

Molto dramma, pochi sorrisi, e gli immancabili buoni sentimenti (siamo pur sempre a Natale e si parla di famiglia) per un romanzo che scivola via, non lasciando nulla, se non un senso di irritazione nei confronti di personaggi che vagano tra l’essere insipidi all’essere decisamente antipatici.

Emma è una casalinga che ha rinunciato alla carriera per occuparsi della famiglia. È così affezionata alla vecchia casa di famiglia, dove ormai si recano sempre più di rado, da non cambiare nulla, neanche un cuscino, sebbene ci sia la necessità importanti lavori manutenzione. Ha un buon cuore e non si può certo volerle male, ma non è un personaggio che rimane impresso più di tanto. Decisamente incolore suo marito Andrew, un ex inviato di guerra ora velenoso critico gastronomico; sarà pure insoddisfatto del proprio lavoro, però questo non giustifica la costante apatia.
Phoebe è una ragazza giovane, carina, allegra, forse un po’ superficiale, ma non più della maggior parte delle sue coetanee, con un lavoro in tv. È il personaggio con cui è più facile avere a che fare, nonostante venga sottolineata la sua propensione al melodramma come pure l’esigenza di essere al centro dell’attenzione (non raro in una secondogenita sempre schiacciata dai successi della sorella maggiore); ha meno infrastrutture di Olivia, ed è molto più spontanea e diretta. Se ogni tanto si sorride nel libro è soprattutto grazie a lei.
Olivia Birch è uno dei personaggi più insopportabili mai incontrati nella mia esperienza di lettrice: non un semplice medico, ma una vera e propria eroina. È la figlia brillante che guarda con supponenza chi la circonda, una sorta di uccello del malaugurio che ricorda costantemente come nel mondo ci sia chi soffre e non ha nulla, mentre l’occidente ha fin troppo e si crogiola nella sua opulenza. Perché non vorrebbe passare il Natale con la sua famiglia? In realtà non c’è un motivo: si sente semplicemente di non avere nulla a che spartire con la sua famiglia, ossia, detto in maniera meno diplomatica, si sente decisamente moralmente superiore. Degno della sua attenzione pare essere solo un suo altrettanto eroico collega.

I personaggi, quindi, non sono il massimo, e purtroppo neanche che la trama è particolarmente intrigante, puntellata da colpi di scena alla EastEnders (giusto per rimanere in UK), che però sanno di già visto e non colpiscono più di tanto; insomma, nulla che non sia il tipico pane quotidiano in ogni soap opera.

In conclusione, non è un libro che mi sento di consigliare, a meno che agli appassionati di drammi a basso costo e soluzioni scontate.

                                                         

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