[Anime] Saint Seiya – I Cavalieri dello Zodiaco (1986-1989)


Titolo originale: Saint Seiya 聖闘士星矢 (Seinto Seiya)

Regia:Kōzō Morishita (ep. 1-73), Kazuhito Kikuchi (ep. 74-114)

Soggetto: tratto dal manga omonimo di Masami Kurumada

Sceneggiatura: Takao Koyama (ep. 1-73), Yoshiyuki Suga (ep. 74-114)

Character Design: Michi Himeno, Shingō Araki

Musiche: Seiji Yokoyama

Anno: 1986-1989

Studio: TOEI Animation

Formato: serie tv

Episodi:114

Disponibilità italiana: Yamato Video

Premessa 1: In occasione dei trent’anni dalla prima messa in onda in Italia de I Cavalieri dello Zodiaco,  questo blog ha già ospitato un post dedicato al celebre anime degli anni ’80, ma è stato più un salto nei ricordi che altro.

Complice la recente riproposta in tv, ho deciso di scrivere un articolo più incentrato sull’analisi della serie e, tempo permettendo, l’intenzione è di ampliare il discorso con post dedicati anche al manga originale, agli OAV di Hades e a prodotti derivati come film e, chissà, a serie come Lost Canvas o Saintia Shō (sempre che riesca a vederli, prima o poi).

Premessa 2: un articolo più “professionale” si baserebbe sulla visione della serie così come concepita inizialmente e non come filtrata nell’adattamento italiano.

Mi sto riferendo al cosiddetto doppiaggio storico o aulico, ed è il caso di affrontare direttamente l’argomento senza tergiversare ulteriormente: adattare un prodotto da una lingua all’altra significa renderlo comprensibile per chi non parla l’idioma originale con cui è stato realizzato, rimanendo il più fedeli possibile; ci sono espressioni, giochi di parole non direttamente traducibili, oppure riferimenti che possono essere afferrati immediatamente da chi condivide un dato contesto culturale, ma che difficilmente sono colti all’etero, per cui talvolta è necessario trovare degli equivalenti, senza tradire le intenzioni iniziali, ma il doppiaggio italiano è andato ben oltre. Ammesso ciò, l’adattamento realizzato negli anni ’80 da Enrico Carabelli è uno dei motivi di fascino dell’anime: in alcune scene, grazie anche al lavoro dei doppiatori, aumenta il pathos ed è estremamente efficace; in altre, però, si sente che è molto forzato, tanto da dare dei risultati non sense e non mancano errori che hanno lasciato per anni il pubblico (appartenente ad una generazione cresciuta in epoca pre-internet, con un accesso alle informazioni sicuramente più limitato rispetto ad oggi) alquanto perplesso.

Però chi scrive non è certo un critico, né ha la pretesa di scrivere articoli professionali: ho conosciuto I Cavalieri dello Zodiaco con il doppiaggio storico e a quello farò riferimento, perché è più coerente con quella che è stata la mia esperienza personale. Nell’articolo riporterò sia il nome originale sia quello dell’adattamento italiano dei personaggi principali, almeno inizialmente, per poi passare a solo ad uno dei due per facilitare la lettura. Considero peccati veniali il parlare di “armatura” piuttosto che di “cloth” o “sacre vestigie”, come pure definire i nostri “cavalieri” e non “sacri guerrieri” o “Saint”, per cui fatevene una ragione. Allo stesso modo, parlerò di “Cavalieri del Nord” e “Generali degli Abissi”.

Mia fortuna è avere sulle spalle abbastanza anni da aver visto la serie prima della censura Mediaset, obbrobrio che complica ulteriormente la questione e che rende allo spettatore alla prima visione davvero arduo comprendere cosa accada in alcuni episodi…

 

 

Finite le premesse, si può iniziare con il post:

 

 

Nel 1986 Masami Kurumada inizia la pubblicazione del suo manga più famoso, Saint Seiya, che ancora oggi lo impegna nel sequel Saint Seiya – Next Dimension. Il successo dell’opera, che ha indubbiamente contribuito alla ridefinizione moderna dello shōnen, è tale che una trasposizione anime non tarda ad arrivare: la serie tv va in onda dal 1986 al 1989, a manga ancora in corso.

I 114 episodi che la compongono vengono divisi in tre archi principali, Sanctuary, Asgard e Poseidon; solo il primo e il terzo sono diretta trasposizione degli eventi del fumetto, mentre il secondo è a tutti gli effetti un filler, sebbene ispirato ad una storia breve scritta dallo stesso Kurumada.

La terza parte del manga, Hades, viene trasposta in 31 OAV a più di dieci anni di distanza, tra il 2002 e il 2008.

I Cavalieri dello Zodiaco approdano in Italia il 26 marzo 1990 su Odeon TV, fermandosi, però, e per più di una volta, al celeberrimo (per chi ha vissuto quell’esperienza) episodio 52, per poi ricominciare dall’inizio. Gli episodi successivi sono stati poi trasmessi da Italia 7 con il titolo Il ritorno dei Cavalieri dello Zodiaco.

La vicenda segue le avventure di cinque giovanissimi guerrieri devoti ad Atena, dea della Guerra e della Giustizia, in lotta  in difesa del genere umano contro chiunque attenti alla pace.

La leggenda, che affonda le sue radici nell’epoca del Mito, narra infatti che Atena, pur essendo Dea della Guerra, non ha mai amato combattere, e tutte le guerre combattute in suo nome sono sempre state guerre di difesa. La dea non scende direttamente in campo, ma lascia che a combattere per lei e gli ideali che rappresenta siano i suoi Cavalieri (Saint nell’edizione originale), combattenti tra i più valorosi al mondo, ciascuno protetto da un’armatura (Cloth), conquistata al termine di un durissimo allenamento. Ottantotto sono i Cavalieri così come 88 sono le costellazioni celesti, e vengono divisi secondo una ben definita gerarchia: alla base, i 48 Cavalieri di Bronzo (i Cavalieri dello Zodiaco, così come solitamente chiamati nell’edizione italiana), seguiti dai 24 Cavalieri d’Argento, e dai 12 Cavalieri d’Oro, l’apice della piramide.

Ogni volta che il mondo è in pericolo, la dea Atena si reincarna in una fanciulla e chiama a raccolta intorno a sé i suoi Cavalieri.

Giappone (Nuova Luxor), anni ’80. Lady Isabel di Thule (Saori Kido) sta organizzando la spettacolare Guerra Galattica, uno scontro tra Cavalieri che li farà conoscere al mondo e che riporterà in vita i fasti dei combattimenti tra gladiatori nell’Antica Roma. In palio per il vincitore, la fantomatica Armatura d’Oro, la più preziosa eredità lasciata da Alman di Thule (Mitsumasa Kido) a sua nipote. Sette anni prima, il Duca Alman ha inviato degli orfani, che lui stesso ha adottato, ai quattro angoli del mondo affinché venissero addestrati per diventare Cavalieri. Solo dieci sono riusciti nell’impresa. Non tutti, però, sono disposti a prestarsi al gioco. Tra questi, Seiya (Pegasus), Cavaliere della Costellazione di Pegasus, tra i più talentuosi, ma anche davvero poco incline al seguire le regole. Accetta di partecipare al torneo solo perché Saori gli promette di aiutarlo a trovare sua sorella, Seika, di cui non ha più notizie da anni, a patto che riesca a conquistare l’Armatura d’Oro. Quello che Seiya non sa è che Saori sta riunendo i Cavalieri non per un semplice spettacolo, bensì perché messa in guardia da suo nonno per un pericolo imminente: le forze oscure si stanno facendo avanti, e l’unico baluardo per la difesa degli innocenti saranno ancora una volta i Cavalieri dello Zodiaco; la Guerra Galattica stabilirà chi è davvero pronto allo scontro. A lei il compito di guidarli, con fermezza, ma anche con gentilezza, non rinunciando alla propria femminilità, in quanto ultima incarnazione della dea Atena.

 

 

I Personaggi

Seiya (Pegasus)

Cavaliere della costellazione delle 13 stelle, Pegasus, e protagonista della serie. È la quintessenza dell’eroe shōnen che non si arrende mai ed è sempre pronto a rialzarsi. Non importa chi sia il suo nemico, uomo o dio: sorretto dai suoi ideali e dalla forza dell’amicizia, riesce a superare qualsiasi ostacolo e a rendere possibile l’impossibile. Non è semplicemente il leader del gruppo dei Cavalieri dello Zodiaco, ma ne è anche anche il cuore pulsante: il suo altruismo e la sua generosità sono il collante che tiene unito il quintetto d’eroi, e la sua incrollabile forza di volontà è fonte d’ispirazione per tutti gli altri. È anche il più amichevole e guascone, incline allo scherzo e alle battute (aspetto molto accentuato nell’edizione italiana rispetto all’originale).

Ha una sorella, Seika (Patricia), da cui è stato separato ancora bambino, e l’unico motivo per cui accetta di partecipare alla Guerra Galattica è la possibilità di rintracciarla. È stato addestrato in Grecia, ad Atene, da Marin (Castalia), Cavaliere d’Argento della costellazione dell’Aquila, a cui è molto legato.

Così come il genere richiede, nel corso della storia va incontro ad una progressiva maturazione, e da ragazzino ribelle e decisamente impulsivo diventa molto più consapevole del proprio ruolo e delle proprie capacità, sebbene complessivamente abbia un minor approfondimento psicologico rispetto ad altri personaggi: nella sua evoluzione, punto di “partenza” e punto di “arrivo” sono molto vicini, per cui il percorso è piuttosto lineare e privo di effettivi scossoni. In più di un’occasione l’armatura del Sagittario (Sagitter) dimostra di averlo scelto come suo cavaliere dopo Micene (Aiolos).

Shiryu (Sirio)

Cavaliere della costellazione del Dragone è stato addestrato in Cina dal Maestro dei Cinque Picchi. Durante la Guerra Galattica è presentato come un abile combattente fin troppo sicuro di sé; l’essere non solo sconfitto, ma addirittura salvato da Seiya, modifica il suo atteggiamento. Nel corso della serie, più e più volte si sacrifica per la causa e i suoi amici, arrivando a privarsi della vista con le sue stesse mani. È un tipo taciturno e riflessivo, ed ha ereditato la saggezza del suo Maestro.

Hyouga (Crystal)

Cavaliere della costellazione del Cigno, controlla le energie fredde. Dietro un’apparente freddezza e un certo distacco, nasconde un animo più fragile di quanto si immagini. Non ha mai superato la morte di sua madre, sepolta tra i ghiacci della Siberia, sua terra d’addestramento, come pure quella del suo istruttore, il Maestro dei Ghiacci (personaggio presente solo nella serie tv), che lui stesso ha dovuto affrontare perché sotto l’influsso del Grande Sacerdote di Atene. Il suo percorso di crescita è segnato da dolorosi scontri contro persone a lui care, e che per mano sua perderanno la vita: prima il Maestro dei Ghiacci, poi Camus, il Cavaliere d’Oro d’Acquario (nonché insegnante di Hyoga nel manga), ed infine Isaac, suo compagno di addestramento. Farà del suo essere attaccato al passato un punto di forza e non di debolezza, come spesso rimproveratogli.

Shun (Andromeda)

Cavaliere della Costellazione d’Andromeda, è da sempre restio allo scontro. Sensibile e altruista, se potesse, eviterebbe di scendere in campo, ma il suo ruolo da Cavaliere glielo impone, e questo dissidio interiore è l’elemento caratterizzante la sua personalità. Spesso ingiustamente sottovalutato, è dotato di un forte potenziale combattivo, che egli stesso tiene costantemente a freno, e a cui ricorre solo nelle situazioni più disperate: la sua Nebulosa d’Andromeda è un colpo devastante, in cui riversa tutta la rabbia e la frustrazione che solitamente mette a tacere, insieme al senso di inadeguatezza e ai rimpianti di una vita da combattente che poco si addice alla sua indole. Una maggiore fiducia in se stesso e l’affrancarsi dalla necessità di essere sempre protetto dall’amatissimo fratello maggiore, Ikki, sono le conquiste della sua personale storia di crescita.

Ikki (Phoenix)

Cavaliere della costellazione della Fenice e fratello maggiore di Shun, è caratterialmente molto diverso da quest’ultimo. Scontroso e solitario, è il primo vero nemico contro cui Seiya, Shiryu, Hyoga e lo stesso Shun si trovano a dover combattere. Ikki, infatti, interrompe la Guerra Galattica, impossessandosi dell’Armatura d’Oro, e i Cavalieri dello Zodiaco lo affrontano per recuperarla. Di fronte alla forza combinata dei quattro, Ikki alla fine è costretto a cedere e viene rivelato come il duro addestramento sull’Isola della Regina Nera, la morte della ragazza da lui amata, Esmeralda, e l’aver ucciso il suo stesso maestro per poter conquistare l’investitura a cavaliere, abbiano fatto sì che il suo animo volgesse al male. Per redimersi, decide di sacrificarsi per salvare gli altri Cavalieri da Docrates. Questa è solo la prima delle morti apparenti di Ikki che, come la Fenice della sua costellazione di riferimento, è destinato a rinascere ogni volta dalle proprie ceneri. Vessato dal senso di colpa per il passato tradimento, Ikki si tiene sempre in disparte, non sentendosi degno di far parte a pieno titolo del gruppo di Seiya; ogni volta che i compagni, e in particolare Shun, sono in pericolo, però, entra in scena in loro soccorso. È probabilmente il più forte del quintetto, e non a caso sia contro Saga sia contro Nettuno è colui che trattiene il nemico per permettere a Seiya di portare a termine la missione.

Saori Kido (Lady Isabel)

Reincarnazione della dea Atena, viene salvata ancora in fasce da Aiolos (Micene di Sagitter); Saga (Gemini), temendo che la bambina possa manifestare la sua divinità e fermare i suoi piani di conquista, decide di ucciderla, ma viene fermato dal Cavaliere del Sagittario. Ormai in fin di vita, il giovane eroe consegna la neonata da Mitsumasa Kido che la cresce come sua nipote.

All’inizio viene presentata come una ragazzina viziata che si diverte a vessare gli orfani adottati dal nonno; crescendo, però, matura, e una volta consapevole del proprio ruolo come reincarnazione della dea Atena, assume la guida dei Cavalieri dello Zodiaco, guadagnando il loro rispetto e la loro devozione. Pur non combattendo quasi mai in prima persona, sostiene con il suo cosmo i cavalieri nei momenti più difficili, e mette costantemente la propria vita a rischio per salvare l’Umanità

Marin (Castalia)

Cavaliere d’Argento dell’Aquila e maestra di Seiya. Viene ipotizzato che possa essere in realtà Seika, sorella del Cavaliere di Pegasus. Nella serie classica, il dubbio non è mai risolto, mentre nel manga viene rivelato che Seika e Marin sono due persone distinte. Molto legata al suo allievo, mette spesso a repentaglio la propria vita per salvarlo. I suoi insegnamenti, ma anche il forte legame che li unisce e che si manifesta come una comunione del cosmo, sono tra una delle principali risorse del Cavaliere, e spesso, quando la situazione si fa critica, è proprio il supporto di Marin a far sì che Seiya si rialzi.

Shaina (Tisifone)

Cavaliere d’Argento della costellazione del Serpentario (o Ofiuco). Inizialmente è nemica giurata di Seiya, che ha sconfitto il suo allievo Cassios nello scontro che gli è valso l’armatura di Pegasus. Prima che il ragazzo lasci la Grecia alla volta del Giappone, gli tende un’imboscata, e nello scontro si spezza la maschera che come ogni sacerdotessa guerriero (i Saint di sesso femminile) deve indossare per nascondere il suo volto; se un uomo vede in volto una sacerdotessa guerriero, la donna ha due possibilità per riconquistare il proprio onore: ucciderlo oppure…. Shaina cercherà più volte di affrontare Seiya, anche contravvenendo agli ordini del Grande Tempio, e la sua sembrerà una vera e propria ossessione. Non riuscendo mai sconfiggerlo, non le resterà che scegliere la seconda opzione, ossia amarlo, e in nome di quest’amore sarà pronta a sacrificare la sua stessa vita.

L’amore per Seiya diviene così l’elemento caratterizzante il personaggio e il suo più grande limite. Shaina, al pari di Marin, è una guerriera di prim’ordine, dotata di forza, arguzia e della giusta dose di testardaggine; è un peccato che finisca per ridursi a semplice scudo umano per il suo amato. Una volta riconosciuta in Saori Kido la reincarnazione della dea Atena, abbandona il Gran Sacerdote e rischia di morire per mano di Aiolia (Ioria), inviato contro Seiya, frapponendosi tra i due nel momento in cui il Cavaliere d’Oro lancia il suo colpo più potente. È l’occasione in cui rivela per la prima volta i suoi veri sentimenti e la scelta che si è trovata a dover compiere dopo che il suo volto è stato visto da un uomo.  Un personaggio femminile “forte” non deve rinnegare l’amore (sarebbe questa una concezione fin troppo semplicistica), ma allo stesso tempo dovrebbe essere caratterizzato anche per altro. Nelle successive apparizioni, pur affermando di combattere per Atena e la sua salvezza, l’impressione che Shaina trasmette è di essere mossa principalmente dal desiderio di proteggere il suo amato: vorrebbe correre alla Dodici Case per salvare Seiya dai Cavalieri d’Oro; ad Asgard, aiuta Shun e Ikki contro Mizar e Alcor, ma poi, una volta raggiunto Seiya, ecco che si getta di fronte a lui per difenderlo dai colpi di Siegfrid (Orion); nel regno di Nettuno, combatte contro Tetis ed è la prima ad affrontare il Dio; quando la freccia di Sagitter scagliata da Seiya contro Nettuno torna ripetutamente indietro, ha l’idea di offrirsi come scudo per permettere al Cavaliere di riprovare, seguita poi da Shiryu e dagli altri. In quest’ultima scena in particolare, pur spronando Seiya perché è l’unica speranza per salvare Atena, sono i suoi sentimenti personali a prevalere e ad essere la sua principale motivazione. Sarebbe bastato non calcare così tanto sul concetto del sacrificio per amore per lasciare che la caratterizzazione di Shaina si reggesse sulle sue sole gambe, senza renderla un “accessorio” e ridurla semplicemente a “colei che è innamorata di Seiya”.

Valutando la caratterizzazione nel suo insieme, si può che a volte è carente quando dovrebbe far meglio, e sorprende in positivo quando meno te lo aspetti.

Si è detto di Seiya, che viene ad essere essenzialmente l’archetipo del protagonista shōnen, senza aggiungere nulla di particolarmente caratterizzante. Ciò non significa che sia un personaggio mal scritto, anzi è forse uno dei migliori esempi di eroe nei manga per ragazzi, ma allo stesso tempo manca di quel quid in più che lo avrebbe reso unico. Non ha lati oscuri né particolari punti deboli, e per questo non sorprende che per alcuni siano più interessanti lo spirito di sacrificio di Shiryu, le fragilità di Hyoga, le contraddizioni di Shun o i rimpianti di Ikki.

Su fronte femminile, Saori è il personaggio principale. Viene presentata come una ragazza a cui è stato affidato un pesante fardello e che ha dubbi, insicurezze, e che vorrebbe avere al suo fianco qualcuno con cui confidarsi e da cui essere guidata; da qui il grande vuoto lasciato dalla morte di suo nonno. Nel momento in cui diviene cosciente di essere l’incarnazione della dea Atena, mette da parte l’esitazione e si fa guida e sostegno per i Cavalieri dello Zodiaco. In questo modo, però, il personaggio viene completamente assorbito dal ruolo e si fa più algido, meno empatico, finendo per essere sostanzialmente statico.

Si è già parlato dettagliatamente di Shaina, ma anche per Marin il discorso può essere simile, in quanto si caratterizza essenzialmente per ciò che rappresenta per il protagonista, risultando quindi in funzione di quest’ultimo.

Dove la caratterizzazione è inaspettatamente molto buona è nel caso dei Cavalieri d’Oro, che giustamente sono tra i personaggi più conosciuti e amati dell’intera serie, pur rivestendo un ruolo secondario.

Allo stesso modo, sono ben caratterizzati persino i Cavalieri di Asgard, nonostante il poco screentime e il fatto di essere personaggi filler, creati solo per la serie tv.

Le Saghe

Le Dodici Case

Il primo arco narrativo può essere a sua volta suddiviso in due: un’iniziale introduzione e il vero fulcro non solo della saga ma dell’intera serie, la scalata alle Dodici Case.

I primi episodi, pur gettando le basi di tutto quello che accadrà (e che di fatti può essere visto come un ripetersi sempre del medesimo schema) e definendo a grandi linee il carattere dei personaggi principali, risentono di un certo “annacquamento” dovuto all’inevitabile inserimento di filler per dar modo a Kurumada, impegnato con la contemporanea serializzazione su rivista, di creare nuovo materiale da animare. Da questo punto di vista, il confronto con il manga è sicuramente a favore di quest’ultimo, molto più conciso e dal ritmo serrato per un susseguirsi pressoché costante degli scontri.

La prima parte si dilunga alquanto, ma allo stesso tempo ci regala alcuni momenti fondamentali.

Durante la Guerra Galattica, lo scontro più pregno di significato è sicuramente quello tra Seiya e Shiryu: la sicurezza al limite della strafottenza del secondo viene presto messa in crisi dalla capacità del primo di riuscire sempre e comunque a trovare un modo per superare il proprio avversario, nonostante tutto sembri contro di lui. Come sempre, infatti, Seiya appare decisamente svantaggiato rispetto all’altro contendente, ma dà prova di inaspettate capacità analitiche e tattiche (il distruggere contemporaneamente l’attacco e la difesa del Cavaliere del Dragone e lo scoprire il punto debole di Shiryu). Lo scontro è importante perché segna l’inizio del legame non solo tra Seiya e Shiryu, ma anche con Hyoga e Shun: i due sono colpiti dalla generosità del Cavaliere di Pegasus che, pur gravemente ferito, non si tira indietro, e decidono di dare il proprio contributo.

È poi la volta dello scontro con Ikki e i Cavalieri Neri. Viene utilizzato lo schema che poi verrà ripetuto con ben poche varianti nel corso della serie: i Cavalieri sfidano singolarmente degli avversari per poi riunirsi per affrontare il nemico finale, e la vittoria sorride loro grazie alla grande amicizia che li unisce e che permette ai loro Cosmo di riunirsi in un unico grande Cosmo che trova in Seiya il catalizzatore.

Le battaglie successive servono per mostrare l’esistenza di una vera e propria gerarchia tra i Saint, con apparenti incolmabili differenze di potenza tra le varie classi: un Cavaliere di Bronzo non potrebbe mai vincere un Cavaliere d’Argento, né tanto meno un Cavalieri d’Oro, eppure…

I Cavalieri d’Argento sono lo scoglio intermedio da superare e sono anche l’occasione per i cinque Bronze Saint di dimostrare di saper andare oltre i propri limiti, ciò che verrà loro continuamente richiesto nell’assalto al Santuario di Atene. Arrivati a questo punto, la narrazione è finalmente più lineare e ben focalizzata, senza più il bisogno di superflue digressioni. La corsa contro il tempo è un elemento che aumenta il pathos e rende il ritmo incalzante. La caratterizzazione degli “avversari”, i Cavalieri d’Oro,  ben calibrata e più che efficace, contribuisce ulteriormente alla forza del racconto: ognuno di loro si imprime perfettamente nella mente dello spettatore per caratteristiche distintive ben definite, e proprio per questo, pur rientrando nella categoria degli “antagonisti occasionali”, i Gold Saint sono diventati una componente essenziale nella mitologia di Saint Seiya.

A conti fatti, gli scontri più coinvolgenti, i momenti più indimenticabili sono tutti raccolti in questo primo arco; tutto il resto a volte dà la sensazione di essere un’imitazione più o meno riuscita…

In sintesi: un primo arco narrativo che risente di un avvio un po’ stentato per i tanti filler, ma che regala momenti di indubbio pregio prima del grande exploit del Grande Tempio.

Asgard

 

Asgard è l’eccezione che conferma la regola, ossia è la dimostrazione che anche una saga filler può contraddistinguersi in positivo.

I punti di forza sono la concisione e la linearità della narrazione, come pure la caratterizzazione dei personaggi. I Cavalieri del Nord (God Warriors), pur essendo delle comparse, hanno un buon approfondimento psicologico, grazie anche a flashback sul loro passato prima di diventare Cavalieri e sul loro rapporto con Hilda di Polaris. Questi momenti non rallentano il ritmo, anzi sono perfettamente intessuti all’interno della trama. Si crea empatia con il pubblico e ogni sconfitta degli Asgardiani non è certo vissuta come una vittoria né dai Cavalieri di Bronzo né dallo spettatore. Thor si contraddistingue per la sua lealtà incondizionata, Luxor per la sua solitudine, Artax per il conflitto tra dovere e sentimenti personali, Mime, tanto simile a Shun, per il difficile rapporto con il padre e il dissidio interiore tra la sua intrinseca nobiltà d’animo (che lo allontanerebbe dal campo di battaglia) e il trovarsi a dover combattere, Mizar e Alcor per il legame fraterno che non hanno mai potuto vivere appieno, Orion per la fedeltà e lo spirito di sacrificio e persino Megres, con i suoi inganni e sotterfugi e l’ambizione di dominio, è un personaggio interessante.

Il non doversi attenere ad un riferimento cartaceo dà libertà nell’immaginare scenografia e costumi, e le figure di questi guerrieri della gelida Asgard, come pure la loro regina, sono contraddistinti da un’indubbia eleganza.

I difetti della saga sono i medesimi di tutta la serie nel suo complesso (e saranno ancora più evidenti in Nettuno), ossia un’eccessiva ripetitività: ancora una volta c’è una corsa contro il tempo per salvare Saori Kido e i Cavalieri di Bronzo si trovano a dover affrontare in singolar tenzone i loro corrispettivi asgardiani; Seiya è il primo a scendere in campo e ad ottenere un’inaspettata vittoria, seguito poi dai suoi compagni; Ikki interviene per salvare Shun in difficoltà, prima contro Mime poi contro Mizar/Alcor; il riunirsi dei cinque nello scontro finale, con Ikki che è l’ultimo a resistere mentre Seiya cerca di portare a termine la missione; Shaina che fa da scudo a Seiya; la vittoria all’ultimo secondo del Cavaliere di Pegasus. Inoltre, mentre i flashback dei Cavalieri del Nord catturano l’attenzione, il richiamo alla saga precedente e, in particolare, allo scontro contro i Cavalieri d’Oro finisce per essere un po’ pedissequo perché finché troppo presente.

In sintesi: un filler che non sembra un filler, che si contraddistingue per l’eleganza di molte soluzioni utilizzate e per il pathos di fondo che accompagna gli scontri contro i Cavalieri del Nord, ignare vittime di oscure macchinazioni, e tutto l’arco in sé. Di contro, il tallone d’Achille di tutto Saint Seiya, ossia la ripetitività.

Nettuno

 

Ultima saga delle serie tv classica e sicuramente la meno coinvolgente. I difetti che già avevano cominciato a farsi sentire in precedenza diventano ormai davvero pesanti, e, a contrario di quanto accade con Asgard, non sono controbilanciati da una buona caratterizzazione dei personaggi, tutti alquanto incolori, con l’unica eccezione di Isaac di Kraken in virtù del suo legame con Hyoga. Lo stesso Kanon, il grande manipolatore, non è che una pallida ombra di Saga.

Quindi: corsa contro il tempo per salvare Atena; singolar tenzone contro i Generali degli Abissi; tutti riuniti nello scontro finale contro Nettuno e Cosmo che si raccoglie in Seiya (che stavolta può contare anche sull’armatura del Sagittario). L’unica nota positiva è una palpabile maggiore consapevolezza di tutti i Bronze Saint, ormai più che sicuri delle proprie capacità, e che segna quindi il raggiungimento della maturazione progressiva nel corso della serie.

In sintesi: ultimo arco narrativo della serie classica che non può non lasciare con l’amaro in bocca.

Character design e Colonna Sonora

Se c’è qualcosa su cui l’accordo è praticamente unanime è l’indiscutibile contribuito di character design e colonna sonora al successo di Saint Seiya.

Shingo Araki e Michi Himeno sono tra i grandi nomi dell’animazione giapponese, e in oltre quarant’anni di attività hanno contribuito ad alcuni dei più famosi titoli prodotti tra gli anni ’60 e i primi anni 2000. Per molti, Saint Seiya rappresenta il loro capolavoro, il punto più alto in una carriera eccezionale, ed è difficile dar loro torto. Senza l’apporto di Araki e Himeno avremmo avuto un prodotto indubbiamente molto diverso.

Il tratto semplice ed essenziale di Kurumada viene ingentilito, gli spigoli sono smussati e le figure si contraddistinguono per l’estrema eleganza.

Nei 114 episodi della serie, come praticamente inevitabile in produzioni di questa portata, non abbiamo solo Araki e Himeno: sono più animatori ad alternarsi,  ciascuno con tratti piuttosto distintivi:

 

Bisogna ammettere che non sempre il livello delle animazioni si mantiene costante (basti pensare allo scontro di Seiya contro Shiryu nel corso della Guerra Galattica), ma ciononostante ci sono episodi che rappresentano veri e propri gioielli nella storia dell’animazione giapponese.

 

 

E poi ci sono loro, l’inesauribile fonte di guadagno per la Bandai, le armature. Nella prima parte, il design ricorda molto quello dei gladiatori dell’Antica Roma, con giusto qualche richiamo alla corrispondente costellazione, e ci si discosta dalla controparte cartacea. Per Asgard e Nettuno, le cloth si fanno più simili a quelle del manga, più slanciate e con più parti scoperte, e donano sicuramente maggiore flessuosità ed eleganza alle figure. Da questo punto di vista, a migliorare è soprattutto l’armatura di Andromeda, che nella prima serie aveva sicuramente un che di pesante, risultando nel complesso meno accattivante rispetto alle a quelle degli altri Cavalieri di Bronzo. C’è poi il lavoro estremamente particolareggiato sulle Armature d’Oro, ricchissime di dettagli, che le rendono uniche e che superano l’apparente limite di una ridotta gamma di colori a cui poter attingere. Per i Cavalieri del Nord abbiamo armature che riescono a trasmettere nel contempo potenza e raffinatezza. Ancora una volta, è nel caso della saga di Nettuno che la creatività viene meno se paragonata ai capitoli precedenti.

Discorso analogo a quello fatto per il contributo del character design può essere applicato alla colonna sonora. Seiji Yokoyama ha composto musiche dal grandissimo impatto emotivo, che spaziano dalla più struggente malinconia al più focoso e galvanizzante degli incitamenti. D’ampio respiro ed estremamente articolate, si contraddistinguono per un’intrinseca epicità ed un vero e proprio “classicismo”. Non è certo comune che si organizzino dei concerti sinfonici dedicati ad una colonna sonora di un anime, eppure è quello che è accaduto con la Pegasus Symphony, ospitata anche in Spagna, Francia e Cina.

 

Anche in questo caso, parlare di capolavoro non è certo esagerato.

Legacy

Che a più di trent’anni di distanza Saint Seiya abbia ancora un certo seguito è evidente dalle tante iniziative che coinvolgono quello che ormai è diventato una sorta di vero e proprio brand. Tra i progetti più recenti, basta ricordare gli spin-off Soul of Gold o Saintia Shō, come pure il film Saint Seiya – Legend of Sanctuary o l’annunciato remake firmato Netflix. C’è molto da discutere sulla qualità, ma sicuramente sono il segnale di un interesse che non si è mai spento del tutto, al di là di alti e bassi.

Eppure alla fine i cinque Saint di Bronzo non hanno inventato nulla di nuovo.

I temi di cui si fanno portavoce sono non solo universali, ma anche le colonne portanti di tutta la produzione shōnen: l’amicizia e lo spirito di squadra, la battaglia per la giustizia, la capacità di non arrendersi mai, l’essere disposti a sacrificare tutto se stessi non sono forse comuni a tanti altri anime e manga? Come spesso è giusto notare, però, a volte a contare non è solo quello che si racconta, ma come lo si racconta, e Saint Seiya, nonostante vari difetti, riesce a farlo in modo eccellente.

Gruppi di cinque ragazzi (e talvolta di cinque ragazze) ne abbiamo avuti tanti, ma quel senso di essere davvero un tutt’uno è raramente stato altrettanto palpabile e vibrante.

Allo stesso modo, quante lacrime, quanto sangue sono stati versati, eppure pochi altri personaggi hanno saputo incarnare lo spirito di sacrificio come i Cavalieri d’Atena.

Pur partendo da archetipi più che rodati, i Saint sono riusciti a diventare a loro volta un’efficace personificazione di modelli sempre validi, tanto che il dopo Saint Seiya non ha mai potuto far a meno di guardare al loro esempio: Seiya rimane ancora un perfetto esempio del protagonista shōnen; Ikki è l’outsider, il lupo solitario che ha difficoltà ad amalgamarsi nel gruppo, ma su cui si può sempre contare nel momento del bisogno, sebbene spesso e volentieri entri in conflitto con il leader; Shiryu è l’emblema del sacrificio per amicizia; Shun è l’animo gentile che rifugge la guerra, combattuto tra la sua natura e il dovere di guerriero; Hyoga è colui che rimane ancora al passato e alle sue perdite, e che pure deve trovare la forza di andare avanti.

Nessuno di chi all’inizio degli anni ’90 era un preadolescente e ha passato ore davanti alla tv in compagnia dei suoi beniamini, anche sopportando quel supplizio di Sisifo del non riuscire per tante e tante volte a superare la Quinta Casa (ah, episodio 52!!!), può davvero dire di non portare ancora dentro di sé il ricordo di quei momenti e delle emozioni che li hanno accompagnati.

Qualcuno ha saputo esprimere in immagini e parole questo sentimento molto meglio di me…

Ad ogni modo, long live Saint Seiya! E se li chiamate I Cavalieri dello Zodiaco va benissimo lo stesso!

 

Storia: ♥♥♥♥

Disegni: ♥♥♥♥♥

Edizione: ♥♥♥ e 1/2

Voto complessivo: ♥♥♥♥

Fangirl’s Corner

Come già nel post celebrativo dei 30 anni e in quello dedicato a Saint Seiya Ω, è arrivato il momento delle considerazioni senza capo né coda e che rientrano nel fenomeno del fangirlismo.

È possibile che alle ragazze in un manga o in un anime interessino soltanto le relazioni amorose? Ovviamente non è così, ma fangirlare è divertente, e se non hai mai fangirlato, allora ti sei sicuramente perso qualcosa.

Lasciamo da parte ogni considerazione tinta di yaoi, nonostante sia più che consapevole di quanto Saint Seiya abbia contribuito ad una vastissima produzione di dōjinshi e fanfiction, e questo perché, pur considerandomi una cultrice del Boys’ Love, non ho mai avvertito vibrazioni di quel tipo (no, neanche alla Settima Casa, sorry).

Ciascuno dei personaggi principali ha il suo love interest: Shiryu ha Shunrei, Shun ha June, Ikki il suo sfortunato amore per Esmeralda, e persino per Hyoga gli autori della serie animata lasciano intendere una possibile love story con la dolce Freya/Flare (probabilmente erano convinti che fosse giunto il momento di superare l’enorme complesso edipico del Cigno).

Ma il vero dubbio amletico che ci attanaglia da più di 30 anni è: con chi finirà Seiya?

Non mancano certo le pretendenti.

Si comincia con l’amica d’infanzia Miho (Lamia), per passare all’ovvia Shaina e, soprattutto, a Saori Kido; sebbene nella serie anime classica il dubbio non sia chiarito, dal manga e dal proseguo della serie sappiamo anche che Marin non è Seika, quindi può rientrare appieno nei giochi.

Scendendo più nel dettaglio:

– Miho è la Shunrei di Seiya e alla fin fine è l’unica verso cui sembra mostrare un interesse di tipo romantico; in fondo, è probabile che rappresenti per lui, un orfano che non ha mai conosciuto la madre, la ragazza ideale: si occupa amorevolmente degli orfani più piccoli ed è brava in quelle che sono considerate mansioni tipicamente femminili come la cucina. All’inizio della serie, durante la Guerra Galattica, il suo sostegno e il suo incoraggiamento sono sicuramente importanti per l’eroe; nelle saghe successive, però, se ne perde traccia…

– Marin: il rapporto tra il Cavaliere d’Argento dell’Aquila e il suo pupillo è sì quello tra Maestro e Allievo, ma è innegabile che tra i due ci sia un legame che sembra molto più profondo, tanto che non si fatica a vederli come possibili fratello e sorella. È probabile che per Seiya, Marin sia diventata la figura femminile di riferimento, non solo maestra, ma anche un po’ madre e un po’ sorella maggiore. Ogni qual volta il nostro si trova in difficoltà, Marin è sempre al suo fianco, sebbene spesso non fisicamente, ma i loro Cosmo sono sempre un tutt’uno. Ad ogni modo, alla sottoscritta piace immaginare Marin insieme a Aiolia.

– Shaina: il Cavaliere d’Argento di Ofiuco si è dichiarata più di una volta, e ha spesso messo a repentaglio la sua vita per salvare l’amato. Ha anche mostrato una certa gelosia nei confronti di Saori quando ancora ignorava che fosse la reincarnazione della dea Atena. I suoi sentimenti sono quindi più che noti, ma cosa possiamo dire di Seiya? Sicuramente rispetta Shaina come Cavaliere e le è affezionato, anche perché è difficile che un ragazzo con la sua personalità rimanga insensibile di fronte ai ripetuti sacrifici di lei. Nell’anime, durante lo scontro contro Nettuno, si lascia aperta la possibilità che anche Seiya possa ricambiare Shaina, tanto da farle a sua volta da scudo contro la freccia del Sagittario, ma possiamo davvero dire che i suoi sentimenti siano qualcosa di nato spontaneamente o sono piuttosto frutto di una sorta di senso obbligo nei suoi confronti, dovuto all’incondizionato amore di lei? Nei momenti più bui, a terra esanime contro nemici molto più forti di lui, il Cavaliere si è ricordato di Miho, di Marin e della stessa Saori, traendo da questi pensieri la forza per rialzarsi; a Shaina non ha mai pensato…

– Saori: che Saori sia piuttosto attratta da Seiya è abbastanza evidente: è lei a tentare di baciarlo quando il cavaliere è incosciente dopo averla salvata da Jamian del Corvo, ed è solo l’intervento di Shaina ad impedirlo. In più di un’occasione è sempre al Cavaliere di Pegasus che si rivolge e su cui pare porre la massima fiducia. Il suo ruolo come reincarnazione d’Atena, però, è un ovvio ostacolo a qualsiasi velleità romantica. Tutto questo viene confermato dalla side story “Il Grande Amore d’Atena” della Jump Gold Selection.

Da parte sua, Seiya è passato da una forte antipatia (che affonda le sue radici nel comportamento arrogante della Saori bambina) ad ammirazione e dedizione totale: è solo alla dea Atena che è devoto oppure a sua volta ha cominciato a provare qualcosa per la Saori adulta, forte e generosa?

Chissà se il mistero verrà mai svelato, ma per lo meno abbiamo la Saint Seiya Taizen, l’enciclopedia di Saint Seiya, che, come giusto, non può non affrontare la questione, ed esprime un giudizio in percentuale di probabilità; indovinate chi raggiunge il punteggio più alto?

Nel diagramma delle relazioni, il rapporto con Marin rientra nella categoria Maestro/Allievo, mentre con Shaina si parla di “Passione” (anche se personalmente credo che debba essere intesa intesa soprattutto come il sentimento travolgente che porta Shaina a gettarsi costantemente in difesa dell’amato, sacrificandosi per lui); Miho è l’amica d’infanzia ma è anche l’unica per cui si parla d'”Amore”, pur con un punto interrogativo. Infine, nel caso di Saori il dubbio è che quella che viene fatta passare come “Fedeltà” possa essere anche altro, cosa rafforzato dalla rivalità tra Seiya e Jabu, da sempre palesemente innamorato della “signorina”.

Per chi io faccia il tifo è più che noto, ma devo ammettere che è tutto frutto di un unico, bellissimo episodio, con una scena che rimane tra le mie preferite di sempre:

P.S. Prossimo appuntamento con il manga!

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