[Anime] Saint Seiya Ω (2012-2014)

Titolo originale: 聖闘士セイント星矢セイヤΩオメガ Seinto Seiya Omega

Genere: azione, combattimento, avventura, supereroistico

Regia: Morio Hatano (I stagione ep.1-51), Tatsuya Nagamine (II stagione ep.52-97)

Soggetto: ispirato ai personaggi creati da Masami Kurumada in Saint Seiya

Sceneggiatura: Reiko Yoshida (I stagione ep. 1-51), Yoshimi Narita (II stagione ep. 52-97)

Character Design: Yoshihiko Umakoshi (I stagione ep.1-51), Keiichi Ichikawa (II stagione ep.52-97)

Musiche: Toshihiko Sahashi

Anno: 2012-2014

Studio: Toei Animation

Rete: TV Asahi (1º aprile 2012 – 30 marzo 2014)

Formato: Serie tv

Episodi: 97 (I stagione ep. 1-51; II stagione ep. 52-97)

Disponibilità italiana: fansub

 

Sono passati 25 anni dallo scontro contro Ade; una nuova generazione di Saint dovrà bruciare il proprio cosmo per proteggere la dea Atena, e con lei, l’amore e la pace sulla Terra.

Excusatio non petita accusatio manifesta: chi scrive è ormai alle soglie dei 40 anni, e ha conosciuto I Cavalieri dello Zodiaco (si, I Cavalieri dello Zodiaco, non Saint Seiya) nel 1990 con quel tanto vituperato doppiaggio storico; pertanto, chi si appresta a leggere quanto segue, dovrà perdonare se talvolta l’età porterà all’utilizzo dei nomi del primo adattamento italiano.

Seconda precisazione: non è possibile assicurare sempre serietà nel commento a Saint Seiya Ω, perché, se davvero ci si  mantenesse seri, non si potrebbe arrivare alla fine della seconda stagione….

Sebbene Masami Kurumada sia attualmente ancora impegnato nel solo e unico seguito ufficiale di Saint Seiya (con tempi che definire biblici è davvero poco), nel 2012 la TOEI Animation decide comunque di produrre un nuovo show televisivo, Saint Seiya Ω, che si colloca circa 25 anni dopo gli eventi narrati nei Capitoli di Ade. Nonostante le due stagioni e i 97 episodi prodotti, la serie non ha mai sfondato, né come ascolti né come vendite di merchandise, e, plausibilmente, è questo lo scotto da pagare nel volersi proporre come seguito di una delle serie più significative degli anni’80, forse lo shōnen per antonomasia dopo Dragon Ball, in particolare in Paesi come il Sud America, la Francia e la stessa Italia.

Purtroppo non è possibile giudicare Saint Seiya Ω senza confrontarlo continuamente con la serie “classica”; anche volendo vederlo come una sorta di “omaggio” piuttosto che come un vero e proprio sequel (dato che, appunto, un sequel c’è), i continui rimandi impediscono di tener separati i due prodotti, e Ω ne esce miseramente sconfitto, sebbene la stessa serie del 1986-1989, per quanto mitizzata nella nostalgia del ricordo, non sia priva di pecche, come inutili filler (bastano tre parole: Cavalieri d’Acciaio), una qualità altalenante delle animazioni, e persino una innegabile ripetitività (la corsa contro il tempo per salvare Athena). Per dirla tutta, dando una sguardo d’insieme a gran parte della produzione shōnen di genere combattimento/supereroistico, bisognerebbe ammettere che in fondo viene sempre raccontata la medesima storia: l’eroe che supera ostacoli/nemici progressivamente sempre più forti; la maturazione come presa di coscienza del proprio potere (e dei propri limiti); le cadute; il rialzarsi sempre e comunque; la forza che deriva dall’avere qualcuno da proteggere e dal sostegno dei propri amici. Ω non fa altro che inserirsi in questa più che rodata narrazione, come tanti altri anime prima e dopo; il problema è che alla lunga a contare non è la storia, ma come viene raccontata, insieme alla caratterizzazione psicologica dei personaggi e alla conseguente capacità di distinguersi dalla massa. È qui che Ω è carente, mentre la serie classica fa meglio, pur non scostandosi dai canoni del genere né inventando nulla di nuovo, e nonostante le sue imperfezioni; semplicemente, riusciva e riesce ancora a coinvolgere ed emozionare.

SPOILER ALERT: nell’analisi della serie verrà rivelata gran parte della trama; quindi non proseguite oltre se volte evitare spoiler

La trama:

I stagione: Athena, supportata dai suoi fedeli Saint, affronta Mars, il dio della Guerra. Il combattimento viene interrotto da un meteorite che si abbatte sulla Terra; dall’impatto emergono due bambini, uno maschietto (che viene cresciuto da Saori Kido), e una femminuccia, rapita da Mars nel corso della ritirata dal campo di battaglia. Passa un anno, e Mars attacca di nuovo Athena e il bambino. Solo il sacrificio di Seiya riesce a salvare i due. Passano ancora circa 13 anni e Mars, non più ostacolato da Seiya, riesce a rapire Saori Kido. Il suo piano, privare la Terra del Cosmo e utilizzarlo per creare un mondo perfetto su Marte. Nel frattempo, il dio si è anche assicurato il controllo del Santuario grazie alla “sua” Athena, Aria, la bambina nata dal meteorite, dotata di un potentissimo Cosmo di Luce. Contro di lui, un gruppo di cinque giovanissimi Saint di Bronzo guidato da Kouga, il bambino allevato da Saori e nuovo Saint di Pegasus, decisi a salvare Aria, la vera Athena e il mondo intero.

II stagione: la dea Pallas si è risvegliata nel corpo di una bambina. Vuole riconquistare l’amore esclusivo di colei che ha sempre considerato come una sorella maggiore, la dea Athena, che però al tempo del Mito l’ha tradita preferendole gli umani. Al suo servizio i Pallasite, in grado di rubare il tempo agli esseri umani congelandone l’esistenza. La stessa Athena è in pericolo perché, a causa del legame che da sempre le unisce, Pallas riesce ad assorbire la sua energia vitale per crescere e assumere la sua forma completa. Tutti i Saints si mobilitano per affrontare i Pallasite ed espugnare la città di Pallasvelda prima che sia troppo tardi per Athena e tutti gli uomini.

Saint Seiya Ω cerca di trovare un equilibrio tra citazionismo e voglia di proporre qualcosa di nuovo, ma alla fine o abbiamo citazioni fin troppo pedisseque, oppure un nuovo che contraddice alcuni degli assunti basilari della serie classica.

Diverse le “innovazioni” criticate dai vecchi fan: alcune, se meglio sviluppate, avrebbero anche potuto assumere connotati positivi; altre, invece, sono semplicemente cattive idee.

Cloth: il meteorite che ha colpito la Terra nello scontro tra Athena e Mars ha cambiato la natura delle Cloth, ora non più conservate nei Pandora Box ma all’interno di gemme, le Stone Cloth, che vengono attivate dai possessori. Hanno meno l’aspetto di armature, e ricordano piuttosto delle aderenti e sottili battle suit. Nella seconda stagione si fa un passo indietro: le Cloth evolvono ancora una volta, diventano più “spesse” e sono di nuovo alloggiate in pesanti scrigni. Ora, se si mette da parte l’integralismo, la Stone Cloth non è un’idea malvagia (gli scrigni sono tutto fuorché maneggevoli); problematico è piuttosto l’aspetto delle nuove Cloth. È vero che nella prima stagione danno quasi l’impressione di essere in stoffa (almeno in alcune parti), ma il restyling della seconda le fa addirittura rimpiangere: tutt’altro che sobrie, sono un pugno in un occhio con i tanti particolari che le appesantiscono e gli azzardati accostamenti cromatici. Un discorso a parte merita la Cloth di Aquila: dell’armatura non ha assolutamente nulla, né nella prima né nella seconda stagione (ove compaiono dei leziosi fiocchetti), richiamando piuttosto le divise da combattimento da majokko. Molto più delicato il tema della capacità di rigenerazione/evoluzione delle Cloth. Anche nella serie classica le Cloth possono autoripararsi quando all’interno dello scrigno, ma i danni non devono essere particolarmente ingenti, altrimenti è necessario l’intervento di un riparatore e, soprattutto, il sangue di Cavaliere. L’immagine del sangue dei Saint usato per riparare le Cloth è estremamente suggestiva e le connota come un qualcosa dotato di vita propria. Eliminare questo punto inficia molto di quanto simboleggiato dall’armatura. Nulla come il sangue incarna l’idea di sacrificio, ed ecco che Ω si differenzia dalla serie classica proprio perché tutto viene ottenuto con molta più facilità, con meno sacrificio, appunto.

Palaestra: i giovani Saint vengono allenati a Palaestra, una sorta di scuola per Saint voluta da Athena. Ha un forte retrogusto alla Hogwarts, ma in fondo potrebbe avere un senso: Athena/Saori Kido decide di usare metodi meno cruenti per l’addestramento dei Saint e per forgiare un più forte spirito di squadra li riunisce in una scuola. A stonare è il numero di Saint e la giovanissima età in cui sembra abbiamo fatto il loro ingresso a Palaestra. Ora, i Saint di Athena dovrebbero essere ottantotto, tanti quanti le costellazioni: 12 Saint d’Oro, 24 d’Argento, 48 di Bronzo, e 4 misteriosi cavalieri su cui al momento ancora aleggia un grande mistero. Tolti i Cavalieri d’Oro e gli altri Saint che conosciamo, a Palaestra ci sono un po’ troppi iscritti: c’è stata una svendita di Saint! Inoltre quasi tutti sono entrati ancora bambini, ma già investiti del titolo di Saint: nell’età in cui la vecchia generazione iniziava il suo addestramento, la nuova ha già ottenuto la Cloth! Palaestra avrebbe più senso se fosse una scuola per aspiranti Saint, piuttosto che per chi Saint già lo è. Inoltre si viene a perdere l’importanza del rapporto maestro/allievo che da sempre ha caratterizzato le storie dei precedenti Saint di Bronzo. Non a caso i giovani erano spesso addestrati da Cavalieri d’Argento o Oro, proprio perché chi arrivato ad un livello superiore potesse tramandare la propria esperienza alla generazione successiva. A Palaestra, invece, gli insegnati sono ex Saint (Geki dell’Orsa), o chi Saint non lo è mai stato.

Gli elementi: il meteorite ha mutato anche il Cosmo, che ora è associato ad un elemento (Acqua, Fuoco, Terra, Vento, Fulmine, Luce, Oscurità), e i Saint diventano essenzialmente degli esperti nella manipolazione del proprio elemento. Quale ironia, se pensiamo che gli “avversari” storici dei primi Cavalieri erano I Cinque Samurai, caratterizzati proprio dall’associazione ad un Elemento! In Ω abbiamo quindi un riassunto di alcune regole base di Naruto (Elementi che si potenziano o si contrastano), oppure, peggio ancora, gli autori si stanno rifacendo ad un gioco di carte. Questa variazione rispetto al classico si dimostra così poco proficua da venire praticamente abbandonata già a metà della prima stagione.

La scalata alle Dodici Case: può esserci un anime di Saint Seiya senza una corsa contro il tempo, dodici ore per attraversare le Dodici Case? Ovviamente no, ed Ω si attiene alla tradizione. È qui che il vecchio e il nuovo finiscono con lo stridere maggiormente. C’è un fortissimo citazionismo che in alcuni casi è davvero eccessivo (si pensi alla Casa di Cancer), mentre quando si vuole fare qualcosa di diverso il risultato a volte è alquanto straniante. I nuovi Gold Saint, fatte alcune eccezioni, sono una manica di psicopatici al servizio di Mars per il proprio tornaconto. Uno dei pochi meriti della seconda stagione è il dare un senso ad un personaggio come Harbinger, Gold Saint del Toro: presentato come un uomo che mena le mani solo per gusto di farlo, per sentire le ossa e il cuore del proprio nemico spezzarsi, nella seconda stagione subisce un mutamento grazie al contatto con Atena e gli altri Saint; pur non tradendo la propria natura, dimostra di essere degno del titolo, tanto da venire infine nominato Gran Sacerdote. Discorso analogo si potrebbe fare per Paradox di Gemini, ma in questo caso il risultato è meno soddisfacente. Il già visto si fa molto sentire: nella seconda stagione si scopre una sorella gemella (a quanto pare immancabile per chi si trova a presiedere la Terza Casa), Integra, con carattere e ideali opposti a quelli di Paradox. Interessante l’idea che le due sorelle riescano infine a superare il proprio predestinato antagonismo, cambiando il triste fato di Gemini; peccato che lo sviluppo non sia all’altezza. Schiller di Cancer e soprattutto Ionia di Capricorn sono villain di bassa categoria con motivazioni risibili, e, soprattutto nel caso di Ionia, non si capisce come sia possibile che Athena abbia commesso l’errore di reintegrarlo come Cavaliere del Capricorno (per gli altri Cavalieri evidentemente non meritevoli di Sacre Vestigia abbiamo per lo meno la scusante dell’essere stati nominati da Mars). Ecco quindi un’altra grande falla nella sceneggiatura di Ω: Deathmask di Cancer ci ha insegnato che le Gold Cloth possono rifiutare Saint indegni del ruolo, quindi che uomini come Ionia possano ancora indossarne una non è accettabile. Ma il peggio deve ancora venire, con quelle che potremmo definire delle “nomine all’ultimo minuto”: a corto di uomini, Medea assegna l’armatura di Scorpio a Sonya e quella di Aquarius a Tokisada, rendendo le Cloth dei meri oggetti, e questo è quanto mai in contraddizione con tutto ciò su cui è sempre stato costruito Saint Seiya. Con Kiki di Aries e Genbu di Libra si tenta di salvare la faccia; Fudo di Virgo, pur avendo accettato l’investitura per amicizia con Mars, è un personaggio che vuole porsi super partes, osservatore della vicenda umana, e non è strano che alla fine permetta ai Saint di raggiungere Mars e aiuti gli altri Gold Saint a mantenere la stabilità del pianeta nelle ultime fasi del scontro. Alla stregua di Harbinger, ma in maniera meno eclatante, nella seconda stagione prende coscienza del ruolo di Saint e appoggia Athena e i suoi perché colpito dai loro ideali, arrivando a sacrificarsi con Kiki e Shiryu nell’Athena Exclamation. Mikene di Leo, fedelissimo di Mars, ha comunque una incrollabile lealtà dalla sua che lo mette in linea con l’immagine classica del Cavaliere d’Oro; peccato venga eliminato in quattro e quattr’otto fuori scena… Chiude la schiera dei Gold Saint Amor di Pisces, fratello di Medea, e complice delle sua macchinazioni; personaggio certo non memorabile, e trascurabile nonostante il ruolo svolto.

Si cerca di dare un qualche background a questi nuovi Gold Saint, ma lo si fa in maniera davvero dilettantesca: ogni Cavaliere d’Oro non sembra aspettar altro che l’arrivo dei giovani Bronze Saint per narrare la storia della propria vita!

Rispetto alle puntate precedenti, lo scontro nelle Dodici Case, per quanto criticabile sotto moltissimi aspetti, per lo meno comincia a dare una forma alla trama; gli autori, forse coscienti della propria incapacità di gestire scontri articolati e di lunga durata, usano l’espediente di più combattimenti in parallelo, che assicura un po’ di dinamismo e annoia di meno lo spettatore.

Entrambe le stagioni si caratterizzano per una sceneggiatura poco solida e spesso dispersiva; la prima, però, assume una sua identità nella seconda parte, dove tutto viene più focalizzato e gli scontri finali con Mars e il dio Apsu hanno un loro perché. Se si riesce stoicamente ad andare avanti puntata dopo puntata, per lo meno nel finale qualcosa di buono c’è. Nella seconda stagione, invece, questo “miracolo” non avviene, ed anzi proseguire nella visione si fa alquanto difficoltoso. Tutta la parte iniziale prima dell’arrivo a Pallasvelda potrebbe essere eliminata senza problemi, eccezion fatta per il sacrificio di Genbu, il Gold Saint di Libra, che per una volta ci ricorda cosa significhi essere un Cavaliere d’Oro. A Pallasvelda la situazione migliora leggermente, ma solo perché vediamo rientrare in scena i Saint leggendari: Ikki, Shun, Shiryu e Hyoga (oltre ovviamente a Seiya). Improvvisamente gli sceneggiatori danno prova di saper scrivere uno scontro come si deve? No, essenzialmente vivono di rendita. Uno dei grandi difetti di Saint Seiya Ω è la mancanza di una efficace caratterizzazione psicologica (vedi paragrafo relativo). Nel momento in cui a battagliare sono invece personaggi che già conosciamo, con una psicologia ben definitiva che abbiamo visto evolvere nel corso della serie classica, ecco che gran parte del gioco è fatto, e i combattimenti si inseriscono in un chiaro contesto. Ovviamente chi non conosce la serie degli anni ’80 potrebbe non sentire avvertire tale differenza.

Non sbaglia chi afferma che nella prima stagione si vuole parlare al nuovo pubblico, mentre nella seconda è ai fan storici che ci si appella. Nella prima stagione il mettere in “pachina” la vecchia generazione di Saint con il pretesto di ferite d’Oscurità che impediscono di espandere il Cosmo e indossare la Cloth è più che sensato: i leggendari Cavalieri d’Atena sono personaggi troppo ingombranti che non avrebbe permesso mai una vera affermazione della nuova generazione. Purtroppo, però, l’esperimento non funziona, ed ecco che nella seconda stagione si cerca di richiamare l’attenzione con utilizzo dei personaggi storici. Rivedere Ikki sul campo di battaglia è sempre un piacere (un po’ più defilati Shun, Hyoga e Shiryu), ma le leggende non bastano a risollevare una stagione nel complesso davvero deludente.

Sulla carta ci sono degli spunti interessanti (i quattro Re Divini con le loro Spade Sacre), ma la resa è pessima. Incredibile che si sia deciso di puntare su uno degli orrori della serie classica, ossia gli Steel Saint. Nella seconda stagione, infatti, sono proprio i Cavalieri d’Acciaio ad avere un ruolo di primo piano, in veste di quella che potremmo definire la cavalleria semplice tra le fila dei Saint. In pratica, carne da macello. Il concetto stesso di Steel Saint cozza con quanto incarnato dai Saint e dalle Cloth tramandate di generazione in generazione. A peggiorare il quadro, il fatto che si tratti per lo più di ragazzini. La dea Athena invia sul campo di battaglia dei bambini con delle tecno-corazze che non possono assolutamente competere con delle vere Cloth perché facciano da supporto ai suoi Saint. Solo lo scriverlo è ridicolo, per cui è impossibile trovare una giustificazione ad una simile scelta.

Come già detto, sebbene carente sotto molti aspetti, la prima stagione per lo meno riesce a raggiungere una stentata sufficienza; nella seconda, un voto mediocre è comunque da considerarsi più che benevolo.

Gli scontri sono quanto mai scialbi e privi di qualsiasi mordente: irritante che i vari Pallasite si ritirino dal campo di battaglia subito prima del colpo finale, ripresentatosi come avversari più e più volte; sono delle comparse prive di spessore e tanto vale che vengano eliminati nel giro di una puntata. Una volta giunti a Pallasvelda i nostri non fanno altro che procedere in maniera disordinata, separandosi e riunendosi, incontrando qualche nemico con cui dar vita a semplici scaramucce e nulla più. Gli unici scontri degni di nota (e comunque non particolarmente memorabili) sono quelli che vedono protagonisti le vecchie glorie (Ikki, Shun, Hyoga, Shiryu, Seiya), oppure i Gold Saint in cerca di riscatto contro i quattro Re Divini. Quelli che dovrebbero essere i veri protagonisti, la nuova generazione, è invece “impegnata” nel risveglio del senso ultimo, quello che supera tutti gli altri, settimo compreso, ossia l’Omega (da qui il titolo della serie). Peccato che il tutto si riduca ad una semplice comunione del Cosmo; insomma, l’Omega non è altro che la Genkidama dei Saint. Lo spettatore “datato” a questo punto non può che strabuzzare gli occhi: quante volte i Cavalieri di Bronzo hanno convogliato il loro Cosmo, e con esso speranze e desideri, su Seiya per permettergli di affrontare l’apparentemente invincibile nemico finale? Non è Omega anche quello? Nel corso della seconda stagione viene ripetuto che la vecchia generazione non ha mai raggiunto l’Omega, ma che la nuova ha la potenzialità di farlo. È un po’ un arrampicarsi sugli specchi far coincidere l’Omega nella sua forma compiuta con l’unione di tutti (ma proprio tutti, Steel compresi) i Saint. Insomma, difficile non sentire di essere stati presi per i fondelli…

La sceneggiatura si caratterizza anche per l’assoluta incapacità di gestire un colpo di scena, in particolare (ancora una volta) nella catastrofica seconda stagione. Pur ammettendo che lo show sia rivolto ad un pubblico più giovane rispetto alla serie classica, non si capisce la necessità costante di suggerire tra le righe (se non proprio esplicitamente) quelli che saranno gli sviluppi futuri. È chiaro sin da subito che il nemico finale non sarà Pallas ma una seconda misteriosa divinità (così come nella prima stagione Mars non era che l’antipasto che preannunciava l’arrivo di Apsu), e sembra che si faccia di tutto per far capire anticipatamente chi sia: i Pallasite rubano il tempo agli esseri umani e indossano delle armature chiamate chronotector; che il nemico finale sia il dio che controlla il tempo (non certo Pallas, quindi)? Allo stesso modo, i quattro Re Divini confessano ancora a molte puntate dal fine che Pallas è per loro solo uno strumento alla stregua di Athena e che sono al servizio di un altro dio. E in chi potrà mai manifestarsi questo dio? Kouga ha già dato nella prima stagione con Apsu, quindi non rimane che il fastidiosissimo personaggio introdotto nella seconda e di cui tutti (o per lo meno chi è dotato di un cervello funzionante – Eden, i Saint leggendari e i Gold Saint) si chiedono come possa avere un Cosmo tanto potente e oscuro…

La cosa che lascia più perplessi è che, con la bellezza di 97 episodi a disposizione Saint Seiya Ω riesca a dire davvero poco, pochissimo: scarsa caratterizzazione dei personaggi, una storia che fa acqua da tante parti, scontri che non solleticano minimamente lo spettatore, se non per brevissimi momenti.

Caratterizzazione dei personaggi:

È probabilmente il maggior punto dolente in Saint Seiya Ω, in quanto non si viene mai a creare una vera empatia, con la conseguente mancanza di coinvolgimento emotivo da parte dello spettatore.

Se nella prima stagione c’è almeno un tentativo di caratterizzazione psicologica per alcuni personaggi, nella seconda i Saint di Bronzo della nuova generazione sono assolutamente “immobili”: nessuna analisi introspettiva, nessuna evoluzione (con un’unica eccezione), poco più che comparse.

In positivo si può solo dire che per lo meno i personaggi principali non sono l’esatta copia carbone dei propri predecessori, pur rifacendosi comunque agli archetipi dello shōnen.

Kouga: protagonista di Saint Seiya Ω, è il nuovo Saint di Pegasus. “Nato” nel corso di uno degli scontri tra i Saint di Athena e Mars, viene allevato da Saori Kido, nonostante nel corso del combattimento l’infante sia stato contaminato dall’Oscurità. Athena, ritenendosi responsabile per non averlo saputo proteggere, gli dona parte del suo Cosmo di Luce per controbilanciare il Cosmo d’Oscurità. Circa un anno dopo, Mars torna all’attacco, e Seiya si sacrifica per salvare lui e Athena. Il ragazzino cresce, ignaro sia della sua origine sia della vera identità di Saori Kido, e viene addestrato da Shaina di Ofiuco affinché diventi un Saint. Ma Kouga non è interessato a diventare Saint, e i tanti bei discorsi che gli vengono fatti per lui non sono che parole vuote. Mars compare di nuovo sulla scena e attacca Athena; spinto dal desiderio di salvarla, per la prima volta Kouga indossa la Cloth di Pegasus e riesce persino a scagliare un Ryu Sei Ken, ma la differenza tra i due avversari è abissale e Saori Kido scompare insieme al suo rapitore. Solo ora viene rivelato a Kouga che la donna che l’ha amorevolmente cresciuto, altri non è che la reincarnazione della dea Atena, a cui ogni Saint giura fedeltà. Intenzionato a salvarla, si mette in cammino, incontrando un altro giovane Saint di bronzo, Souma di Lionet; insieme i due raggiungono Palaestra, il luogo d’addestramento per Saint, e qui si uniscono a quelli che saranno i loro nakama: Yuna dell’Aquila, Ryuho del Dragone (figlio di Shiryu) e Haruto del Lupo. Ma a spiccare tra tutti i Saint di Palaestra è il ben poco amichevole Eden di Orione.

Le prime puntate servono da presentazione dei personaggi, e allo stesso tempo lasciano intravedere il grande potenziale di Kouga; tutto questo, però, non è mai accompagnato da un particolare approfondimento psicologico. Kouga riesce a compiere imprese altrimenti ritenute impossibili, ma tutto avviene fin troppo facilmente. Non c’è quel senso di conquista sofferta che amplifica l’entità dell’azione; l’impressione finale è che Kouga riesca in quel che fa solo ed unicamente perché è il protagonista.

Un personaggio si caratterizza anche per i legami che crea con gli altri coprotagonisti (ed infatti, messi da parte i combattimenti, l’anime di Saint Seiya degli anni’80 è una storia di relazioni – tra fratelli, compagni di battaglia, maestri e allievi).

Come da copione, i Saint di bronzo della nuova generazione stringono una forte amicizia, ma anche in questo caso il tutto avviene molto celermente, mentre i legami più forti dovrebbero cementarsi progressivamente nel tempo. C’è una differenza abissale tra come nasce e cresce il rapporto tra i Saint della vecchia generazione e quello che vediamo ora sullo schermo. Altro errore degli sceneggiatori, non approfondire il legame tra Seiya e Kouga: l’anime ha ancora il suo nome nel titolo, eppure l’interazione tra vecchio e nuovo protagonista è ridotta al minimo. E pensare che nelle primissime puntate c’è un accenno che lascia ben sperare, ma è come se gli autori poi ritenessero superfluo approfondirlo. In fin dei conti non sarebbe stato necessario chissà cosa: Seiya si sacrifica per salvare Kouga; la Cloth di Pegasus viene custodita da Saori per Kouga, come se non potesse essere destinata a nessun altro; quando Kouga prova una certa invidia per il legame di Souma e Ryuho con i rispettivi padri, l’immagine che si palesa davanti ai suoi occhi è quella della schiena di Seiya che gli fa da scudo per proteggerlo; chi ha conosciuto Seiya, lo rivede in Kouga; nell’ennesimo incontro tra Kouga e Mars a Palaestra, lo spirito di Seiya appare per salvare ancora una volta il ragazzo e i suoi amici.


Insomma, sarebbe bastato semplicemente esplicitare il ruolo di Seiya come padre putativo/modello per Kouga e sottolineare il possibile legame affettivo tra i due: quando Seiya rientra in azione nelle ultime battute della prima stagione, vediamo il ricordo di quando teneva sulle spalle il piccolo Kouga e ammirava con lui la volta celeste; perché, quindi, non puntare sull’affetto che il Saint può aver sviluppato per il bambino nel periodo in cui si è occupato di lui prima dell’attacco di Mars? In questo modo, il fatto che la Cloth di Pegasus sia stata lasciata per Kouga avrebbe potuto simboleggiare il desiderio di Seiya di continuare a proteggere quel bambino anche quando impossibilitato fisicamente a farlo. La prima volta che Kouga indossa la Cloth di Pegasus e utilizza il Ryu Sei Ken, Seiya parla alla sua coscienza e lo guida; sarebbe bastato rendere questo espediente più incisivo (magari non utilizzandolo solo una volta) per rafforzare l’idea di un legame, renderlo più concreto, così da creare un senso di continuità: Seiya affida l’armatura che lo accompagnato in tante battaglie e il colpo che lo ha reso celebre al giovane che sente come suo erede. Non è fare facile sentimentalismo, ma contestualizzare e giustificare. Quante volte, soprattutto facendo riferimento alle Cloth dei Gold Saint, si parla di trasmissione della volontà e degli ideali dei precedenti possessori? Perché il medesimo espediente narrativo non è stato utilizzato per collegare i due protagonisti? È un passo falso che si sarebbe potuto evitare con pochissimo, e che avrebbe dato senso al tutto; il risultato ottenuto, invece, è un Kouga che senza troppe giustificazioni si trova a rivestire il ruolo di personaggio principale. Come Seiya, non si perde mai d’animo e non importa quante volte venga gettato a terra; si rialzerà sempre. Tutto questo, però, sembra più un automatismo, un qualcosa che accade solo ed unicamente perché è quello che ci si aspetta dal protagonista, e non dovuto a un quid in più che caratterizza profondamente il personaggio. Kouga lascia freddo lo spettatore, ed è davvero difficile fare il tifo per lui proprio perché non si crea nessuna connessione emotiva.

Souma: Saint di Lionet, combatte spinto dal desiderio di vendicare il padre, Saint d’Argento, ucciso, quando Souma era ancora un bambino, da Sonya, figlia nonché una delle più forti guerriere fra le fila di Mars. Se Kouga ha “ereditato” la determinazione di Seiya, Souma ne incarna il lato più guascone, allegro e amichevole. Tra i Saint della nuova generazione è una delle poche eccezioni, avendo una  propria sottotrama orizzontale con un minimo di sostanza. Gli incontri/scontri con Sonya permettono la caratterizzazione di entrambi i personaggi, che, pur non essendo nulla di particolarmente originale, è comunque qualcosa. Se Souma deve stare attento a non lasciarsi sopraffare dalla rabbia e dal desiderio di vendetta, Sonya ha comunque i suoi fantasmi personali da affrontare: non avrebbe mai voluto uccidere il padre di Souma, così come nessun altro, ma tutta la sua vita pare avere un senso solo come strumento del voler paterno (o meglio, come burattino nelle mani della matrigna, Medea). Souma riuscirà a comprendere la sofferenza di Sonya e questo lo farà maturare, ma non impedirà alla ragazza di andare incontro ad un tragico destino.

Yuna: Sacerdotessa Guerriero di Aquila, abbandona la maschera per seguire non regole imposte dall’alto ma quanto dettatole dal proprio cuore. Qualche analogia con Hyoga. È probabilmente uno personaggi più solidi nella prima stagione, colei che spesso e volentieri salva Kouga, e non a caso è l’ultima Saint che continua a tenergli testa dopo che Apsu ha preso il sopravvento. L’inserimento di un personaggio femminile nel gruppetto protagonista non si rivela una scelta azzardata, tutt’altro: senza dover necessariamente virare sul romantico, dimostra come anche una ragazza abbia una determinazione pari se non superiore alle controparti maschili, sostenuta dall’ambizione di diventare la più forte tra i Saint. Non ha una famiglia (il suo villaggio natale è stato distrutto durante una guerra) e, conoscendo la sofferenza di chi non ha più nulla, difende con le unghie e con i denti chi le sta accanto. Il personaggio viene penalizzato da una Cloth non all’altezza e da una trattazione molto superficiale della questione della maschera. Una sacerdotessa guerriero che rinuncia a nascondere il proprio volto e che non si piega al dettame di dover uccidere o amare l’uomo che ha visto il suo viso è un ottimo spunto; il problema è che la cosa viene accettata senza problemi da chi la circonda, anzi la rende persino popolare tra le altre compagne. Sarebbe stato interessante se invece la sua decisione fosse stata osteggiata, se le fosse stato imposto di rinunciare alla Cloth, o qualcosa di simile; allora sì che avrebbe avuto tutt’altro impatto. Per i vecchi fan, ulteriori dubbi: perché non si fa nessun accenno alla precedente Sacerdotessa Guerriero di Aquila, Marin, colei che ha addestrato Seiya? E poi, perché Aquila da Cloth d’Argento è stata declassata a Cloth di Bronzo? Mah.

Come per gli altri personaggi principali, tutto il lavoro di caratterizzazione fatto nella prima stagione viene completamente dimenticato nella seconda, e Yuna diventa un pallido fantasma di quella che era un tempo.

Ryuho: figlio di Shiryu e nuovo Saint del Dragone. La sua personalità ricalca quella di Shun piuttosto che la paterna. Viene presentato come un ragazzino cagionevole di salute, ma che al momento del bisogno sa sprigionare una grande forza. Pur essendo il primo tra i Saint a risvegliare il settimo senso, è un personaggio che si dimentica con facilità, e che sembra essere inserito nel gruppo solo per far numero. Inutile soffermarsi di più su di lui.

Haruto: Saint del Lupo, è il primo Saint ninja. Sì, appartiene ad un clan ninja e all’inizio della seconda stagione, nel periodo di pace tra la guerra contro Mars e quella contro Pallas, diventa un cantante rock. La tentazione a questo punto di lasciar perdere tutto e non continuare con la visione di Saint Seiya Ω è stata grandissima. Ogni ulteriore commento è superfluo.

Eden: Saint di Orione, il più promettente tra i giovani di Palestra, nonché figlio di Mars e Medea e fratellastro di Sonya. Nelle sue vene, quindi, scorre sangue divino ma anche umano. È il personaggio con il maggior potenziale ed è un peccato che non venga sviluppato in pieno. Presentato inizialmente come principale antagonista di Kouga a Palaestra, segue fedelmente il tipico percorso del nemico che diventa amico. È innamorato di Aria, ma lascia che suo padre la tenga imprigionata perché pensa che sia il temporaneo prezzo da pagare per ottenere il mondo ideale senza più guerre che costruiranno insieme; attribuisce la colpa per la fuga di Aria a Kouga e compagni e scaglia contro di loro la sua ira; solo dopo che Mars avrà ucciso Aria, non più disposta ad essere uno strumento nelle sue mani, comincerà a nutrire dubbi sul progetto di Mars e Medea e deciderà di combattere contro il suo stesso padre per il pianeta che Aria ha tanto amato e per cui ha dato la vita. In parte è modellato usando Ikki di Phoenix come riferimento, dato che per gran parte della serie vorrà mantenere le distanze dagli altri, ma è privo della ferocia del Cavaliere dell’Isola della Regina Nera. Eden ha infatti una profonda nobiltà d’animo, ed una sensibilità che solo parzialmente si nasconde dietro l’apparente freddezza. Pur essendo probabilmente il più forte tra i Saint della propria generazione, figlio addirittura di un dio, lo vediamo spesso piangere esternando senza remore i suoi sentimenti; quella che altri è debolezza, è per lui ciò che rafforza la sua determinazione. In meno di ventiquattro ore perderà la donna amata e sua sorella; combatterà i suoi stessi genitori, che non smetteranno mai di ripetergli di aver fatto tutto per lui, per donargli un mondo su cui regnare (da cui il senso di responsabilità per le azioni di Mars e Medea); vedrà morire entrambi e sua madre si sacrificherà per salvarlo da Apsu; chi più di lui è il perfetto eroe tragico? Ironia a parte, è un personaggio potenzialmente una spanna sopra gli altri, con una maggiore profondità. Il suo ruolo viene sottolineato dal fatto che l’ultimo attacco contro il grande nemico di turno (subito prima dell’assolo finale di Kouga) viene portato avanti sempre da Kouga e Eden in tandem, cosa che, dopo l’avversione iniziale, farà sì che i due sviluppino una profonda amicizia. Nella seconda stagione, sebbene tutti i personaggi principali si trovino a rivestire ruoli secondari, c’è comunque una seppur minima evoluzione in Eden: impara a far parte del gruppo, accettando in pieno la sua natura umana disdegnando quella divina, e comincia ad aprirsi come esemplificato dal suo rivolgersi a Kouga chiamandolo per nome e non più semplicemente Pegasus.  In mani più capaci, un personaggio del genere avrebbe potuto dare molte più soddisfazioni; l’unica consolazione è che per lo meno non subisce l’involuzione di Yuna e Souma.

Subaru: compare nella seconda stagione, prima come Steel Saint, poi come Saint di Equulus. Un marmocchio irritante che cercano di dirci in tutte le salse, sin dalla sua prima apparizione, che sarà il grande nemico da affrontare nel finale, ossia Saturn. Dato lo spazio concessogli, si potrebbe considerare come il vero protagonista della seconda stagione, colui con cui tutti i personaggi principali si trovano prima o poi ad interagire, soprattutto nei momenti di crisi, ma viene gestito in maniera così pessima che davvero spendere ulteriori parlare per parlare di lui è una fatica che vorrei evitare.

Grave pecca che si riscontra nella caratterizzazione di tutti i personaggi principali di Saint Seiya Ω è la mancanza di una maturazione. Lo shōnen è un coming of age: i giovani Saint di Bronzo, però, sono già estremamente maturi, possedendo ab initio quella consapevolezza (circa il ruolo di Saint, l’importanza dell’amicizia, i valori da difendere) che dovrebbe essere invece il punto di arrivo del percorso mostrato nella serie. È questo il motivo principale per cui Saint Seiya Ω può essere considerato un fallimento come shōnen. Nel caso specifico di Kouga, ci sono solo i tentennamenti iniziali della prima puntata, poi tutto viene dimenticato nella foga di andare avanti nella storia, e dall’oggi al domani eccolo perfettamente a suo agio come Saint di Athena.

Un’ultima considerazione circa l’aspetto dei personaggi: se nella serie classica abbiamo tredicenni/quattordicenni che dimostrano molti più anni, qui è difficile credere che arrivino a 13-14 anni! Il character design subisce qualche variazione nella seconda stagione e i nostri appaiono un po’ più cresciuti, o è il confronto con Subaru (a cui non si possono attribuire più di 8-9 anni) che li fa sembrare più grandi.

Poco sensato fare confronti con l’estetica di Shingo Araki e Michi Himeno: il character design della serie originale e quello di Ω sono molto diversi, sebbene si noti la volontà di richiamare, almeno in parte, lo stile del primo Saint Seiya; in fondo non c’è da stupirsi che sia così, cambiando lo staff e con un intervallo di quasi 25 anni, e come sempre, de gustibus non disputandum est (e, ad ogni modo, è davvero difficile che chi è cresciuto negli anni ’80 possa preferire il gusto moderno).

Infine, una domanda: perché ora tutti corrono come in Naruto?!?

Per quanto riguarda il fronte degli antagonisti, non c’è nessuno che spicchi particolarmente. Ancora una volta, almeno nella prima stagione si tenta di far qualcosa: dimenticando il goffo tentativo di dare un passato a ciascuno dei nuovi Gold Saint, Eden, Sonya, e in minor misura lo stesso Mars avrebbero potuto avere qualcosa da dire; nel caso di Eden, però, il cambio di fronte è intuibile con largo anticipo, per cui non lo si avverte mai come un vero nemico; in Sonya c’è poca originalità, e, allo stesso tempo, c’è l’impressione che sia una carta giocata un po’ troppo frettolosamente, data la rapida dipartita dopo l’investitura come Gold Saint; Mars, e ancor più Medea, rimangono troppo sullo sfondo per risaltare davvero. I nemici della seconda stagione? Macchiette, burattini, pretesti sempre e comunque privi di personalità.

Gli scontri

Saint Seiya Ω è uno shōnen da combattimento che paradossalmente non sa minimamente gestire un combattimento. Gli scontri sono brevi, brevissimi, e si rimpiango i combattimenti di un tempo che si protraevano su più puntate. Non c’è pathos, e come già ribadito più volte, non c’è il senso di conquista e sacrificio che dovrebbe accompagnare questo tipo di narrazione. Il ritmo narrativo fa la differenza, e a volte rallentare e prendere tempo fa sì che quanto accade sullo schermo permei maggiormente lo spettatore, coinvolgendolo anche dal punto di vista emotivo. Manca la dimensione interiore e tutto è esplicitato e risolto in un tripudio di luci e colori, cosa che toglie anche molta fisicità. Siamo ai livelli dei combattimenti di un majokko alla Sailor Moon (o forse sarebbe meglio dire alla Pretty Cure dati i precedenti delle personalità coinvolte).

Anche in passato i colpi dei Saint sono stati rappresentati come velocissime luci (l’italiano “Fulmine di Pegasus”, pur non essendo una traduzione letterale, ben si accorda con la resa visiva), ma mantenevano comunque una loro concretezza. Il Ryu Sei Ken è una raffica di pugni a velocità supersonica e questo non veniva mai dimenticato. In Saint Seiya Ω possiamo parlare della “sindrome della Kamehameha”: i colpi segreti non sembrano niente più che colorate esplosioni di energia.

Un po’ di fisicità viene riconquistata quando scende in campo Eden o nei momenti in cui i gesti di Kouga vogliono ricordare quelli di Seiya.

Non a caso gli scontri migliori sono quelli della “vecchi scuola”. Volendo stilare una sorta di lista (in ordine sparso) dei migliori combattimenti, al di là di qualche breve momento di gloria per Yuna e Souma, abbiamo:

– Seiya vs Mars nella prima scena della serie (clip 1);

– Seiya contro Mars – parte seconda (ma molto più rapido e meno incisivo) (clip 7);

– Ikki contro Mira (clip 4);

– Ikki contro Aegaeon;

– Eden vs Kouga;

– Eden e Kouga vs Mars;

– Harbinger vs Titan.

Quest’ultimo probabilmente meriterebbe un primo posto in un’ipotetica classifica perché per una volta si riesce a creare una scena supportata da un pathos crescente.

Se non fosse per la brevità, anche lo scontro tra Seiya e Titan avrebbe potuto entrare in classifica, ma di questo si parlerà ancora più avanti.

Sarà un riflesso condizionato, ma come si può capire dall’elenco, i momenti di risveglio dell’attenzione (e, potenzialmente, anche dell’entusiasmo) sono quelli in cui entrano in scena i Saint leggendari (e per le entrate ad effetto, far sempre riferimento ad Ikki, seguito da Seiya; Eden ha ancora molta strada).

Nella seconda stagione, tutti gli scontri con protagonisti le nuove leve sono sovrapponibili l’uno all’altro; sono scontri di gruppo che seguono sempre il medesimo schema (tanto che gli stessi nemici vengono annoiati dalla cosa): attacco combinato di Yuna, Ryuho, Souma e Haruto che come una lancia sfondano la difesa avversaria, per poi farsi scudo per Eden e Kouga che avanzano e colpiscono insieme; se non basta, Eden fa da lancia e scudo e passa la palla finale a Kouga. Può funzionare una volta, ma poi basta!

Musiche

Non c’è Seiji Yokoyama e si sente. Incredibilmente, gli unici momenti di pathos, in particolare nella prima stagione, si creano quando partono sottofondi musicali che ricalcano quelli della serie classica; anche qui, sarà una sorta di riflesso condizionato nello spettatore di vecchia data….

Non a caso la prima opening è una versione aggiornata di Pegasus Fantasy, e in generale tutte le sigle di apertura sono valide; in particolare la prima della seconda stagione, orecchiabilissima e  trascinante.

Meno incisiva giusto l’ultima opening con un rockeggiare un po’ troppo eccessivo.

Se non sai fare lo shōnen, prova a fare lo shōjo


Basato su uno shōnen di successo, l’anime di Saint Seiya dovrebbe rivolgersi ad un pubblico prettamente maschile, ma come spesso accade in tv, ove si cerca di coinvolgere il pubblico più vasto possibile (molto più che su rivista), è riuscito a conquistare un ampio consenso anche femminile, e non solo per la presenza di bishōnen, a dimostrazione che alcune tematiche riescono a far breccia nello spettatore indipendentemente dal sesso. Detto questo, è innegabile che lasciare più o meno spazio ad alcuni aspetti permetta di intuire quale sia il principale target di riferimento per la produzione. Piaccia o non piaccia, laddove si preferiscono azione e combattimenti è molto probabile che si voglia attirare l’attenzione di ragazzi adolescenti, mentre per le ragazze si preferisce approfondire temi come le relazioni interpersonali ed eventuali risvolti romantici. Quelli che solitamente vengono definiti capolavori hanno la capacità di bilanciare tutti gli elementi; prodotti con più basse ambizioni, invece, solitamente preferiscono avere una più chiara connotazione, il che non deve essere visto necessariamente come  un limite, anzi: spesso e volentieri aiuta a definire l’opera.

Saint Seiya Ω come shōnen ha tantissimi limiti (e se ne è parlato abbondantemente nei paragrafi precedenti), arrivando a trattare con superficialità aspetti di primaria importanza nel genere supereroistico (ad esempio, i combattimenti), quasi come si fosse in uno shōjo. Ecco così che nella prima stagione viene comunque lasciato spazio a personaggi femminili come Yuna, Aria o Sonya, e che nella seconda le 46 puntate che dobbiamo sorbirci sono solo un pretesto per arrivare all’unico vero nocciolo della questione: Seiya che dichiara (con un giro di parole – non montatevi troppo la testa) di essere innamorato di Saori!

*partenza fuochi d’artificio*

Ora, quanto si può gioire per la canonizzazione di una delle proprie ship storiche in un’opera che si è i primi a considerare non canon? Praticamente nulla, ma dopo 97 episodi di Saint Seiya Ω almeno una soddisfazione volete lasciarmela?

*Avvertenza*: quello che segue è puro fangirleggio senza capo né coda, perché, ripeto, dopo 97 puntate di Saint Seiya Ω che ti hanno fatto rimpiangere quasi costantemente la serie classica, non rimane che riderci un po’ su!

Facendo un passo indietro e tornando alla prima stagione, Seiya e Saori non hanno potuto interagire più di tanto: è lui che salva Athena e Kouga da Mars, ma per circa 13 anni rimane imprigionato incosciente su Marte; lei conserva l’armatura di Pegasus nella sua Cloth Stone e la porta sempre con sé come un ciondolo; indebolita nel corpo per una ferita d’Oscurità, cammina aiutandosi con un bastone, ove è intarsiato, guarda caso, un pegaso alato; quando Apsu sta per colpire Athena, ecco che Seiya si risveglia e la salva ancora una volta; ovviamente non manca la classica scena di lui che la prende al volo tra le braccia (e come potrebbe mancare?).

Ci sono poi tutte le possibili elucubrazioni sul tema Saori che ha adottato Kouga e Seiya come figura paterna, eccetera, eccetera, eccetera. A Shaina il ruolo di tata.

Nella seconda stagione si decide di essere un po’ più espliciti. Iniziamo subito con Seiya che riceve l’incarico di uccidere Pallas risvegliatasi nel corpo di una bambina; ora, è mai possibile che Seiya, quel Seiya che abbiamo visto in 114 puntate televisive, 31 OVA e 5 film, uccida una bambina anche se incarnazione di una dea nemica di Athena? È scontato che non la ucciderà, ma serve come substrato per i rimorsi di poi. Di ritorno al Santuario, lui si dichiara indegno di ricoprire il ruolo di Saint perché non ha portato a termine la missione assegnata; lei lo consola affermando che anzi ha dimostrato ancora una volta di meritare più che mai l’armatura d’oro, ed è tutto un “Mi dispiace ti ho fatto soffrire”, “No, sono io a dovermi scusare per aver fatto soffrire te”, accompagnato da languidi sguardi.

Nelle puntate successive, ogni qual volta le forze di Athena vengono meno perché la sua energia vitale è assorbita da Pallas, chi è che la sorregge? Abbiamo addirittura un Kouga in pieno complesso edipico, geloso del rapporto tra Seiya e Saori (ma fortunatamente se ne fa presto una ragione).

Con l’ormai inevitabile scoppio del conflitto tra Pallasite e Saint, Seiya dichiara che d’ora in poi non avrà più esitazioni, anche se dovrà macchiarsi di un terribile peccato (l’uccisione di Pallas) per il bene della persona a cui tiene più che a chiunque altro (*gioite fangirl! Gioite!*).

Puntate varie da ricordare al massimo perché i due sono puntualmente nella stessa inquadratura,

e arriviamo a Pallasvelda e al vero shōjo-climax della serie, lo scontro prima tra Athena e Pallas e poi tra Seiya e Titan.

Le due dee indossano le rispettive armature e si affrontano, con Seiya che resiste all’impulso di intervenire per rispettare il volere di Athena (dopo aver più volte tentato di dissuaderla): stringe così forte il pugno da farlo sanguinare (*shōjo level over 9000!!!*) con Harbinger – uno di noi – che guarda stupefatto dallo straripare di cotanto sentimento. Quando Athena sta per colpire Pallas ormai a terra, interviene Titan, a sua volta innamorato di Pallas e per la quale ha deciso di tradire Saturn. Seiya non aspetta altro per farsi avanti, ed ecco il discorso per cui abbiamo atteso oltre 25 anni: il Re Divino accusa Athena di essere la vera causa dei continui conflitti e del sacrificio di tanti suoi Saint in quanto dea della guerra; Seiya difende Athena: Titan non sa nulla di lei e della sua gentilezza, di quel cuore che soffre più di chiunque altro anche se non lascia scorrere le lacrime; è per non farla più piangere che Seiya combatterà, perché non gli è mai importato che sia o meno una dea: per lui è solo una donna ed è lei che vuole proteggere ad ogni costo (*brucia Cosmo shōjo! Brucia!*).

Ora che ha smesso di nascondere i suoi veri sentimenti, Seiya torna a chiamare la donna amata Saori-san e non più Athena, come ha fatto nelle 91 puntate precedenti, e persino Titan ironizza sulla cosa (“Pensavo non fossi altro che un cagnolino che continuava a ripetere ‘Athena, Athena!'” – “L’ho dovuto fare per essere d’esempio per gli altri Saint” *quale dedizione, quale senso del dovere!*). Ad ogni modo, Titan, per non essere da meno, dichiara il suo amore a Pallas, e i due avversari, che hanno appena scoperto di essere anime gemelle, iniziano a battagliare, sebbene sia evidente che in realtà vorrebbero abbracciarsi, andare a bere un birra insieme, confidarsi le rispettive pene in quanto innamorati di due dee e darsi consigli su quali prodotti per capelli utilizzare per mantenere le chiome definite ma morbide al vento.

Mentre ci apprestiamo a far librare il nostro Cosmo shōjo oltre limiti mai provati prima, arrivano i marmocchi (ossia i giovani Saint di Bronzo) e Harbinger – uno di noi – con l’unico occhio che gli è rimasto ormai a cuoricino, intima loro di non intromettersi perché quello a cui stanno per assistere è un combattimento tra uomini. Gasatissime vogliamo goderci in pieno il combattimento e farlo durare il più a lungo possibile, ma siamo in Saint Seiya Ω quindi lo scontro si risolve in un paio di minuti; le dee fanno pace, arriva Saturn, eccetera, eccetera, eccetera.

Sconfitto Saturn e riportata la pace sulla Terra, Seiya può finalmente riprendere il discorso con Saori, ma arriva Kouga; fortunatamente l’interruzione è di breve durata perché il ragazzo è passato solo a salutare prima di partire per un viaggio alla ricerca del proprio posto nel mondo insieme al suo nuovo BFF Eden. Saori Kido, vedendo il ragazzino che ha cresciuto andar via, dice che si sentirà un po’ sola, ma Seiya è lì a ricordarle che sarà per sempre al suo fianco….

THE END

In conclusioneSaint Seiya Ω viene affossato dal confronto con la serie classica, e non solo perché si è puntato un po’ troppo in alto. Se la prima stagione raggiunge la sufficienza in extremis, la seconda non si eleva mai oltre la mediocrità. Le pecche maggiori sono una sceneggiatura nel migliore dei casi troppo semplicistica, e nel peggiore assolutamente dilettantesca, oltre all’assenza di un’efficace caratterizzazione dei personaggi. Dal punto di vista tecnico, non è migliore, ma neanche peggiore di tante altre serie contemporanee, però una maggiore sobrietà nel design delle Cloth non avrebbe guastato.

A vedere il bicchiere mezzo pieno, c’è almeno il contentino finale per chi i sostenitori del SeiyaxSaori ^_^

 

Storia: ♥(I stagione)/ (II stagione)
Disegni: ♥
Voto complessivo: ♥♥ e 1/2

3 pensieri su “[Anime] Saint Seiya Ω (2012-2014)

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