[Books] La macchina fatale di Ned Beauman

Titolo originale: The Teleportation Accident

Autore: Ned Beauman

Prima edizione: 2012

Edizione italiana: traduzione di V. Mingiardi (Neri Pozza, 2013)

Presentazione dell’editore: Nella Berlino del 1931 in cui, concentrati in pochi quartieri confinanti, si aggirano migliaia di giovani e tutti si definiscono artisti, e inaugurazioni, première e ricevimenti si susseguono senza sosta, non vi è anima viva che aspiri a condurre una vita regolare. A maggior ragione Egon Loeser, giovane scenografo del piccolo Allien Theater di Berlino, la cui esistenza è resa ancora più ardua da due «ostacoli» fondamentali: gli incidenti e le donne.
Protagonista della scena teatrale berlinese neoespressionista, Loeser si dichiara l’unico vero erede di Adriano Lavicini, il grande scenografo del diciassettesimo secolo, l’inventore del Congegno di teletrasporto, il catastrofico prototipo sperimentale di scenotecnica atto al “trasporto semi-istantaneo di persone da un luogo all’altro”, che nel 1679, in una fatidica rappresentazione al Théatre des Encornets di Parigi, crollò causando numerose vittime, tra le quali Monsieur Merde, il gatto del teatro, e Adriano Lavicini in persona.
Duecentocinquanta anni dopo, in barba alla superstizione, per rendere più vivido il tragico fallimento del grande scenografo, Loeser ha pensato bene di mettere in scena all’Allien Theater, nel dramma Lavicini ideato con l’amico regista Immanuel Blumstein, un nuovo Congegno di teletrasporto. Il risultato è stato che, durante le prove, Adolf Klugweil, protagonista putativo del dramma, si è ritrovato a un certo punto per metà fuori dall’imbracatura della macchina fatale, con gli arti piegati, il volto pallido e gli occhi sporgenti.
Fosse solo per questo scherzo del destino, la vita di Egon Loeser non sarebbe dissimile da quella di numerosi artisti della scena berlinese degli inizi degli anni Trenta, incessantemente alle prese con lo spettro del fallimento. All’incidente della macchina fatale, tuttavia, a rendere ancora più complicati i suoi giorni, si è aggiunto un incontro altrettanto fatale. Durante una festa in una vecchia fabbrica di corsetti, dove tra gli invitati c’era Bertolt Brecht – fastidiosamente onnipresente o annunciato a ogni occasione mondana berlinese – è comparsa al suo cospetto Adele Hitler: i capelli, diversamente dal taglio a carré in voga in quel 1931, magnificamente lunghi, uno stormo di storni neri; gli occhi grandi, luminosi, dolci e, insieme, straordinariamente barocchi; il volto di una bellezza intensa, irresistibile… 

Romanzo che è valso al suo autore la segnalazione della rivista «Granta» tra i migliori talenti della nuova narrativa internazionale, La macchina fatale è stato il libro-rivelazione dell’ultima stagione letteraria britannica. Selezionato dal Man Booker Prize 2012, libro dell’anno dell’Observer, del Daily Telegraph e dell’Evening standard, l’opera ha ottenuto, al suo apparire in Inghilterra, uno straordinario successo di pubblico e di critica.

Se urti la zuccheriera e spargi il contenuto sul tappeto del tuo ospite è una parodia della slavina che ha ucciso i suoi genitori, proprio come la smorfia a becco d’anatra che la tua nuova donna forma con le labbra cercando di avere un’aria imbronciata e seducente allude al modo in cui starnazzava la tua vecchia ragazza mentre facevate sesso. Il telefono che squilla nella notte perché qualcuno ha dato un numero sbagliato al centralinista è una citazione dello scambio casuale di telegrammi che ha messo fine al matrimonio del tuo cugino adultero, proprio come l’alcova risonante fra i puntelli contrapposti della clavicola della tua nuova donna è una confutazione della palese bellezza della scollatura più carnosa della tua vecchia ragazza. O almeno così pareva a Egon Loeser, perché gli incidenti e le donne erano i due ostacoli che più si opponevano alla sua accettazione della vita umana in quanto attività sostanzialmente regolare, comprensibile, meccanica e newtoniana.

Il “Meccanismo straordinario per il trasporto semi-istantaneo di persone da un luogo all’altro”, meglio noto nel linguaggio corrente come congegno di teletrasporto, è l’invenzione a cui lo scenografo veneziano del XVII secolo Adriano Lavicini deve la sua sciagurata fama. Fu usata una sola volta, a Parigi, con conseguenze catastrofiche.
Duecentocinquanta anni più tardi, il tedesco Egon Loeser vuole riportarla in vita in uno spettacolo che ripercorre proprio le gesta di Lavicini. Peccato che Egon non sia certo il più fortunato tra gli uomini, e anche il suo congegno per il teletrasporto si rivela un fiasco; stavolta, per lo meno, come risultato si hanno giusto le braccia slogate di un attore.
I problemi di Loeser, però, non finiscono qui: una disinibita Berlino alla fine degli anni ’20 si caratterizza per lo stile di vita spregiudicato della sua gioventù con aspirazioni artistiche, divisa fra festini, droghe e avventure erotiche.
Egon non ha chissà che successo con le donne, e la sua vita sessuale subisce un grave colpo dopo la rottura con la sua ultima ragazza e l’incontro con una sua ex allieva del periodo in cui arrotondava dando ripetizioni: Adele Hitler non è più la rotonda ragazzina di un tempo, ma è diventata un’attraente giovane donna e Egon si rende immediatamente conto che la sua vita non potrà andare avanti finché non riuscirà a farla sua. Adele è di tutt’altra opinione, e in breve tempo diventa una delle più chiacchierate ragazze di Berlino per la sua promiscuità e il numero di amanti che inanella l’uno dopo l’altro. Loeser, nel frattempo, rimane a bocca asciutta, ed anche dal punto di vista professionale le cose non fanno che andar peggio… Quando, contemporaneamente alla progressiva ascesa del nazifascismo, Berlino comincia ad essere troppo stretta per Adele,  per Egon inizia un viaggio lungo nove anni sempre sulle sue tracce, dal vecchio al nuovo continente, tra imbroglioni, creduloni, scienziati pazzi, Lovecraft, complotti passati e presenti, Berlin Alexanderplatz e un libro fotografico francese – Mezzanotte alla scuola infermiere.

La macchina fatale è un continuo susseguirsi e sovrapporsi di generi e situazioni tra le più disparate: c’è il romanzo storico, ma anche la commedia più graffiante; c’è una spy story ma anche l’horror fantascientifico che omaggia esplicitamente H. P. Lovecraft, più volte chiamato direttamente in causa.

Le parole si susseguono l’un l’altra incessantemente, come nel racconto complessivamente sconclusionato di un logorroico ipereccitato: un pensiero tira l’altro, anche un po’ casualmente, e senza soluzione di continuità.

Non si può non ridere delle disavventure di Loeser, sebbene ai margini della vicenda, non manchino i riferimenti al contesto storico, con le piccole e grandi persecuzioni a cui vengono sottoposti gli Ebrei anche prima della messa in atto della soluzione finale.
Toni e stili, quindi, si mescolano e si confondono l’uno nell’altro, dando come prodotto un libro sicuramente convincente, così come testimoniato dai diversi riconoscimenti ricevuti (la nomination al Man Booker Prize 2012, il Somerset Maugham Award del 2013, e il RSL Encore Award del 2012).

Lo stile di Beuman è fresco, spigliato e scanzonato, sebbene meno immediato e di facile consumo rispetto a quello che ci si aspetterebbe.

Volenti o nolenti, c’è del Loeser in ognuno di noi, impegnati a focalizzarci sulle piccole cose che ci riguardano da vicino, con il rischio di perdere il quadro più ampio in un mondo in continua evoluzione. Preferiamo non vedere per non essere coinvolti, un po’ vigliacchi, un po’ meschini, con le nostre idiosincrasie e una buona dose di sfortuna come compagne predilette.

Un lettura sicuramente consigliata, soprattutto se si è alla ricerca di qualcosa di diverso dal solito.

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