[Books] Il verdetto dei dodici di Raymond Postgate

Titolo originale: Verdict of Twelve

Autore: Raymond Postgate

Prima edizione: 1940

Edizione italiana: traduzione di Gabriella Trudi (Polillo Editore, 2011)

Presentazione dell’editore: Philip Arkwright, un ragazzino undicenne affidato alle cure dell’odiata zia, muore per avvelenamento. Molti sono quelli che beneficiano economicamente della sua morte, a partire dalla stessa zia per finire con i domestici della casa in cui il bambino viveva. La polizia arriva ben presto alla conclusione che il delitto – perché di questo si tratta – è stato commesso dalla zia, che viene pertanto arrestata e di lì a poco condotta in tribunale per essere giudicata. Attraverso gli occhi dei dodici giurati – ognuno con i propri problemi e i propri peccati da nascondere – il lettore assiste all’evolversi del processo, all’analisi delle prove e al mutare del loro atteggiamento, ora favorevole ora contrario, verso l’imputato.

Basta leggere le primissime pagine de Il verdetto dei dodici di Raymond Postgate per essere immediatamente catturati: l’impianto dopotutto è piuttosto semplice, eppure poche abili mosse fanno si che risulti estremamente avvincente.
Al centro della vicenda, il processo contro Rosalie van Beer, accusata di aver ucciso il nipote undicenne per entrare in possesso di una cospicua eredità.
Postgate, però, decide di iniziare non presentando il caso, bensì ciascuno dei membri della giuria:
– un’ex cameriera dai modi bruschi;
– un avvenente immigrato di origine greca, più inglese di qualsiasi altro inglese, che, dietro una facciata impeccabile, nasconde un passato poco pulito e il suo essersi fatto strada nel mondo grazie al debole che molti uomini hanno avuto per lui;
– un anziano e trasandato professore universitario, omosessuale e misogino fino al midollo;
– un gestore di pub;
– un fanatico religioso;
– una vedova ebrea poco più che ventenne, che ha perso suo marito per una rissa in strada: l’uomo è stato preso di mira da un gruppo di sbandati solo perché ebreo; i colpevoli, purtroppo, non sono mai stati identificati;
– uno zelante impiegato del sindacato;
– un giovane fervente comunista (o socialista a seconda dei casi);
– un parrucchiere;
– un attore di belle speranze;
– un gentiluomo in declino, costretto a lavorare come venditore porta a porta.
Tra di loro, un assassino, che abilmente è riuscito a sfuggire alla legge qualche anno prima.
Postgate si sofferma, più o meno lungamente, a delineare il background e il passato di ciascuno, la chiave che permette di comprendere con quale atteggiamento e, soprattutto, con quali pregiudizi si apprestano a giudicare il caso che verrà loro presentato.
Philip Arkwright aveva solo undici anni: ha perso piccolissimo entrambi i genitori e subito dopo suo nonno; ad offrirsi come tutrice legale, una zia acquisita, Rosalie van Beer, doppiamente vedova, senza arte né parte, con un passato di alcolista, spinta dalla possibilità di poter vivere nella casa del bambino più che da sincero affetto.
I rapporti tra i due sono tutt’altro che idilliaci: Rosalie è sgradevole tanto nell’aspetto quanto nell’animo; incattivita dalla vita, prova un sadico piacere nel trovare tanti piccoli mezzi per dispiacere al bambino, costretto in casa e a seguire particolari regimi dietetici in nome di una sua presunta fragilità.
Philip, in effetti, mostra un certo ritardo nello sviluppo fisico, e forse anche mentale, ma non è chiaro se sia un disturbo congenito o il frutto dello stile di vita impostogli dalla zia.
Non sorprende che il bambino abbia sviluppato un attaccamento quasi morboso ad un piccolo animale domestico, un coniglio, su cui riversa tutto l’amore di cui è capace.
Rosalie uccide l’animaletto per pura malvagità, adducendo come pretesto il suo essere un possibile veicolo di infezioni: è straziante il ricordo dell’episodio, con un Philip disperato che cerca di salvare il suo coniglietto, ma non può nulla contro la forza di un adulto. L’odio e il rancore nei confronti della zia non fanno che crescere, e pochi giorni dopo Philip muore, avvelenato.
Con la morte del piccolo, Rosalie diviene l’unica erede dei suoi beni, però anche i vecchi domestici, i coniugi Rodd, hanno una buonuscita di tutto rispetto.
Contro Rosalie, un movente importante, e l’occasione di avvelenare il cibo di Philip.
Ma è davvero tutto così semplice?
Il cinico avvocato della difesa riesce ad instillare il dubbio nei giurati, e ciascuno si pone nei confronti del caso lasciandosi guidare dai propri inscalfibili preconcetti, piuttosto che da quanto emerso nel corso del dibattimento.
Così, c’è chi è per la colpevolezza perché assetato di vendetta dopo aver subito un torto, chi aspetta l’illuminazione divina, chi assume una posizione solo perché diametralmente opposta a quella di un altro giurato, chi vorrebbe fare la cosa giusta nel modo più corretto possibile, fossilizzandosi sulla forma piuttosto che sul contenuto; la maggior parte dei giurati, però, è soprattutto stufa di quella perdita di tempo, e si limita a seguire la maggioranza per mettere fine alla faccenda il più in fretta possibile.
Lo scenario delineato da Postgate è tanto sconvolgente quanto plausibile, mettendo alla scoperto l’intrinseca debolezza di un sistema giudiziario in cui condanna o assoluzione vengono lasciate ad una giuria, composta da uomini comuni, ciascuno con il suo vissuto che non può essere cancellato con un colpo di spugna dall’oggi al domani, e che non può non influenzare il verdetto.
Neanche chi si dedica alla legge per professione ne esce bene: da giudici annoiati ad avvocati che non hanno il minimo interesse a scoprire la verità, il quadro non è certo edificante.
Philip è morto e l’assassino sarà pure uno, ma sicuramente ha avuto molti complici: da medici compiacenti che avrebbero dovuto smettere di esercitare da anni, ma continuano a lavorare (nel silenzio dei colleghi che sanno) a insegnati un po’ troppo distratti che capiscono quale sia davvero la realtà familiare del bambino solo quando è troppo tardi; da avvocati senza scrupoli a una giuria che sceglie la soluzione meno impegnativa per i motivi sbagliati.
Allora, quante mani sono sporche del sangue di Philip?

 

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