[Books]La morte è in orario di Seicho Matsumoto

Titolo originale: 点と線 (Ten to Sen)

Autore: Seicho Matsumoto

Prima edizione: 1957

Edizione italiana: traduzione di Mario Teti (Mondadori, 1971)

Presentazione dell’editore: In Giappone, Seicho Matsumoto è un nome familiare ai lettori di gialli, come in Inghilterra quello di Agatha Christie e negli Stati Uniti quello di Ellery Queen. E con i due scrittori occidentali, Matsumoto, l’orientale, ha molto in comune. Con lui cambia, diremo quasi, solo l’atmosfera, il panorama, le abitudini, quel certo non so che, insomma, che inserisce una nuova nota nel giallo classico, tradizionale. Tatsuo Yasuda, industriale; Ryoko, moglie di Tatsuo; Otoki, geisha; Kenichi Sayama, funzionario di Stato; Jutaro Torigai e Kiichi Mihara, ispettori di polizia, sono i personaggi principali di questa vicenda che corre sul filo… delle rotaie. Sayama e Otoki, partiti da Tokyo, vivi e vegeti, vengono trovati morti sulle scogliere di una spiaggia dell’isola di Kyushu. Duplice suicidio per amore? Eppure, nessuno sapeva della loro relazione, nessuno li aveva mai visti insieme. Lei, Otoki, riceveva spesso telefonate da un uomo. Ma era proprio Sayama a telefonarle? Torigai della polizia di Fukuoka, e Mihara della polizia di Tokyo – orario ferroviario alla mano – cercano di ripercorrere l’itinerario delle vittime; un itinerario, però, troppo spesso interrotto da brusche fermate. Nonostante ciò i due ispettori riusciranno ad arrivare alla stazione d’arrivo della verità. «La morte è in orario» è il capolavoro di Seicho Matsumoto; un classico della narrativa poliziesca giapponese.
Come ricordato dalla presentazione dell’edizione italiana, Seicho Matsumoto è un autore molto conosciuto in patria, vincitore del premio Akutagawa nel 1953, con all’attivo oltre 300 romanzi e diversi racconti. 
Da alcuni definito il “Simenon giapponese” è stato pubblicato per tre volte nel Giallo Mondadori: La Morte è in Orario del 1957 è l’opera più conosciuta, seguita da Come sabbia tra le dita del 1961 e Il palazzo dei matrimoni del 1998.


Non ci vuole un lettore di gialli particolarmente sagace per capire come siano andate davvero le cose: il romanzo si apre con la presentazione di Tetsuo Yasuda, un industriale con diversi agganci al ministero, assiduo frequentatore di un bar, il “Koyuki” di Asakusa. 
Inaspettatamente, un giorno decide di invitare a pranzo due delle ragazze del locale, ma durante le ore trascorse insieme, sembra distratto e continua a guardare l’orologio. Ha un treno da prendere e si fa accompagnare alla stazione; lì i tre intercettano con lo sguardo un’altra ragazza del Koyuki, Otoki, e la seguono mentre sale su un treno con un giovane che le due colleghe non hanno mai visto prima. Da tempo si sospetta che Otoki abbia un’amante, ma è sempre stata molto discreta, nascondendone l’identità a tutti.
Pochi giorni dopo Otoki e il misterioso giovane, Kenichi Sayama, dipendente del ministero, vengono trovati morti lungo la costa, in quello che appare come un doppio suicidio d’amore. 
Tutto sembra molto lineare, però ci sono delle sottili incongruenze che non convincono il veterano Jutaro Torigai; ancor meno convinto il più giovane collega, Kiichi Mihara, incaricato delle indagini innescate da uno scandalo in un ministero (lo stesso con cui fa affari Yasuda) e in cui Sayama avrebbe giocato un ruolo chiave se non si fosse tolto di mezzo, facendo tirare un sospiro di sollievo ai suoi superiori.
Il lettore, più che aguzzare l’ingegno per scoprire il colpevole (evidente sin dalle prime pagine), segue le minuziose indagini di Mihara, che con meticolosità tutta giapponese, riesce dopo mesi, pezzo dopo pezzo, a smontare quell’alibi che sembrava assolutamente ineccepibile.
Il romanzo è interessante anche per la disarmante rappresentazione delle collusioni tra affari e politica: i colpevoli non solo rimangono intoccabili, ma fanno perfino carriera; sono gli ultimi a pagare per tutti.


Lettura forse non esattamente entusiasmante, giocandosi tutto su coincidenze di orari dei trasporti, però con qualche guizzo, soprattutto dal punto di vita dell’analisi sociale, che sicuramente non la rende vana.

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