Pubblicato in: libri

[Books] Assassinio di marzo di Dan Turèll

Titolo originale: Mord i marts

Autore: Dan Turèll

Prima edizione: Borgen, Copenaghen, 1984

Edizione italiana: traduzione di Maria Valeria D’Avino (Iperborea, 2016)

 

Presentazione dell’editore: Marzo a Copenaghen, un giornalista senza nome, flâneur dei bassifondi e detective per il vizio di trovarsi sempre nel posto sbagliato, sta per recuperare un po’ di fiducia nell’umanità quando si imbatte in un ricco collezionista d’arte con un coltello piantato nella schiena. Nessun indizio nel suo lussuoso appartamento, a parte due quadri spariti, un Pollock e un Léger, ma la polizia scopre ben presto i sentimenti più che paterni che legavano il mecenate a un giovane pittore, suo ultimo protetto. Quando il ragazzo sparisce senza riscuotere la sua immensa eredità e i cadaveri cominciano ad aumentare, tutte le tracce portano dai quartieri alti ai vecchi vicoli a luci rosse della città, dietro le porte sempre chiuse di un misterioso night club. Poeta metropolitano e virtuoso della penna, fonte inesauribile di immagini folgoranti che brillano di uno humour geniale e amaro, Dan Turèll è entrato nei classici del giallo nordico come il Chandler danese. Amico di sbirri e prostitute, con lo sguardo smaliziato di chi ha visto quelli che si sporcano le mani e quelli che muovono i fili dall’alto, il suo giornalista senza nome ci trasporta in una Copenaghen hard boiled anni Settanta, tra inquieti teppisti, trafficanti di droga e avventurieri della notte, nella fumosa penombra di un vecchio film noir, al ritmo incalzante di una calda suite jazz.
Era un giorno di marzo, come risultava dal cosiddetto calendario gregoriano, ma era anche molto di più. Era un bel giorno, proprio come piacciono a me. Nella solita vitaccia da cani un giorno del genere è abbastanza raro perché valga la pena farci caso. Il cielo era sereno e come immobile, né caldo né freddo, né secco né umido, come se si fosse preso un giorno di vacanza e avesse lasciato l’officina, dopo aver chiuso tutti i suoi attrezzi e materiali di scena negli armadi sigillati con serrature di sicurezza. Era uno di quei giorni in cui sembrava di poter vedere da un capo all’altro della città, o da un capo all’altro della propria vita, secondo la direzione in cui si puntava il cannocchiale.

“L’uomo che inciampa nei cadaveri”: è questo il soprannome che si è guadagnato l’anonimo protagonista dei romanzi della Mord-serien (la “serie-assassinio”, dalla prima parola del titolo di ciascuno dei 12 libri che la compongono) di Dan Turèll, un giornalista free-lance con la peculiarità di riuscire ad incappare in inaspettati omicidi.

Stavolta tutto inizia con una segnalazione al Bladet, il giornale con cui collabora: “Dov’è Eric Liljecrone?”. Neanche a dirlo, ben presto si scopre che Eric Liljecrone è morto, con un coltello piantato tra le scapole nella cucina della propria abitazione.

Fu lì che lo trovammo. Era l’unica cosa che rovinava l’ordine perfetto di quell’ambiente. Lui, e due bicchieri sporchi. Giaceva sul pavimento, mezzo nascosto sotto il tavolo, a pancia in giù e con le gambe che spuntavano dal bordo. E aveva un grande coltello da pane piantato tra le scapole. Grande, e in apparenza anche efficiente.

Assassinio di marzo è un romanzo hard boiled ambientato tra le strade di Copenaghen, che ha nell’ironia della scrittura di Dan Tùrell il suo maggiore punto di forza.

 

Comunque: il mittente della lettera anonima che avevo in tasca sapeva leggere, probabilmente, visto che era in grado di scrivere. I due requisiti si accompagnano spesso.

Il ritmo è serrato e il caso viene risolto in un paio di giorni, ma in fondo è poco più che un pretesto: il vero fulcro dell’intera narrazione è lo sguardo disincanto e beffardo con cui il protagonista senza nome guarda quel mondo fatto di strade buie, locali più o meno malfamati, ma anche direttori di giornale più che energici e poliziotti disposti a chiudere un occhio sulle grandi e piccole infrazioni del nostro alla ricerca della verità.

Dato il genere, non può mancare una femme fatale:

L’ospite era una signora con la S maiuscola. Alta, slanciata e con i capelli neri, indossava una pelliccia bianca con un’altra maiuscola: la A di animale. La borsa doveva essere stata fatta con il cucciolo.

Un noir divertente, senza filtri, davvero godibile e che offre uno sprazzo delle mille sfaccettature del giallo nordico.

 

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Autore:

Appassionata di anime e manga da sempre, spettatrice e lettrice onnivora, con una non celata propensione per shonen, mecha e BL. Ho un debole per gli enigmi della Camera Chiusa e la Golden Age del romanzo poliziesco, libri da divorare in poltrona, avvolta da un plaid, e sorseggiando del tè.

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