Pubblicato in: libri

[Books] Morte di un fantasma di Margery Allingham

Titolo originale: Death of a Ghost

Autore: Margery Allingham

Prima edizione: 1934

Edizione italiana: traduzione di S. Garavelli (Bollati Boringhieri, 2017)

 

Presentazione dell’editore: Londra, Little Venice. Albert Campion viene a trovarsi sulla scena di un crimine, perpetrato, questa volta, durante un party a casa di Belle, la vedova di un famoso pittore del periodo edoardiano, John Sebastian Lafcadio. Lafcadio ha lasciato in eredità dodici suoi preziosi quadri, con l’indicazione di esibirne uno alla volta in una mostra, ogni anno dopo la sua morte.
Ma l’esibizione dell’ottavo quadro viene funestata da un omicidio, quello di Thomas Dacre, un artista protégé di Lafcadio nonché fidanzato di sua nipote Linda. Dacre è appena tornato dall’Italia portando con sé la bella Rosa Rosa, sua modella, sua musa e… altro. Naturalmente i sospetti cadono subito su Linda, arrabbiatissima con Dacre, non perché proponga un ménage à trois con Rosa Rosa, ma perché – e qui entriamo in territorio prettamente allinghamiano – in Italia la sua arte è diventata cheap.
Belle è una gran dama, e per l’occasione ha radunato la crème de la crème del mondo aristocratico e artistico, oltre a Max Fustian, erede dell’agenzia incaricata delle mostre annuali, e il suo giovane amico Albert Campion. Durante il ricevimento saltano le luci. Quando si riaccendono, Dacre giace sul pavimento pugnalato al cuore con un paio di forbici «artistiche», opera di una delle ospiti fisse di Belle. Perché la casa nonché la dependance di Belle sono piene di gente: domestici, ex amanti di Lafcadio, ex modelle cadute in povertà, familiari delle medesime, tutti con tendenze artistiche e tutti squattrinati.
Naturalmente Campion viene cooptato dalla polizia per risolvere il caso, e deve usare tutto il suo proverbiale tatto e la sua formidabile intelligenza per intrappolare l’omicida. E come sempre nei romanzi di Allingham, la trama si fa complicata, i personaggi presentano imprevedibili risvolti caratteriali e l’azione diventa frenetica. Niente è mai semplice, nemmeno per Campion, che però…

Fortunatamente sono pochissime le persone che possono dire di avere davvero assistito a un omicidio. In un mondo civile è opportuno che l’assassinio compiuto da una persona dotata di ragionevole prudenza rimanga una faccenda privata. È forse questo particolare a spiegare il notevole interesse dell’opinione pubblica per i dettagli dei crimini anche più crudi e sordidi, a indicare che è il segreto, più del fatto, a esercitare il fascino. Anche solo in considerazione dell’estrema rarità dell’esperienza, dunque, pare un peccato che il generale di brigata sir Walter Fyvie, brillante narratore che avrebbe sinceramente apprezzato tale bizzarra opportunità, avesse dovuto lasciare il ricevimento a Little Venice alle sei e venti, incrociando nell’atrio Bernard, conoscente di vecchia data e vescovo di Mold, e perdendosi così lo straordinario omicidio che lì ebbe luogo meno di sette minuti dopo. Come fece notare più tardi il generale, la cosa era tanto più seccante considerato che il vescovo, esperto di varietà di peccato ben più sottili, non si era reso minimante conto della propria fortuna. Alle sei e venti del giorno precedente, esattamente ventiquattr’ore prima che il generale incontrasse il vescovo nell’atrio, le luci del salotto al primo piano di Little Venice erano accese, e la stessa Belle – l’originale della Cara Belle del dipinto del Louvre – sedeva accanto al fuoco chiacchierando con il vecchio amico di MR Campion, venuto per il tè. Se conservata nelle condizioni in cui l’ha lasciata, la casa di un uomo famoso morto orami da tempo avrà quasi certamente un’atmosfera da museo, se non da famedio abbandonato, con tanto di corone appassite e ghirlande logore. Forse è molto indicativo del carattere di Belle che nel 1930 Little Venice fosse la stessa di quando John Lafcadio se ne stava nel suo atelier giù in giardino a battagliare, imprecare e sudare finché non aveva avuto la meglio sui pigmenti di una altro dei suoi quadri tempestosi che tanto incantavano e stizzivano i suoi delicati e signorili contemporanei.

Margery Allingham è una delle quattro scrittrici (insieme ad Agatha Christie, Ngaio Marsh e Dorothy L. Sayers) a dividersi il titolo di “Regina del crimine” negli anni in cui la narrativa poliziesca anglosassone ha raggiunto il suo culmine, la cosiddetta Golden Age del giallo classico, tra gli anni ’20 e gli anni ’40 del secolo scorso.
Molti dei suoi romanzi hanno come protagonista l’investigatore “dilettante” (si fa per dire) Albert Campion.
Chi sia davvero Campion e cosa faccia nella vita non è chiaro; girano delle voci, ma nessuna è mai stata confermata: magari è il figlio minore di qualche uomo illustre, oppure uno di quegli agenti segreti che opera nell’ombra; sicuramente il giovane ha diverse amicizie a Scotland Yard, e spesso si ritrova coinvolto in casi piuttosto intricati.
In Death of a Ghost è la sua amicizia con la vedova dell’acclamato pittore Johnnie Lafcadio a far si che sia presente all’annuale presentazione dei lavori postumi dell’artista, celebrazione che in quell’occasione è funestata dall’omicidio di uno dei presenti.

 

«A giudicare da queste dichiarazioni si direbbe che siamo sbarcati in un manicomio. Di tutte quante le deposizioni solo due o tre sono sensate.

L’assassino è stato tanto scaltro quanto fortunato, e pare voglia approfittare della buona sorte che gli ha sorriso una volta per liberarsi di più di un ostacolo; a Campion il compito di fermarlo.

 

«Quindi per il momento non si può far nulla, secondo lei?» domandò Campion con voce incolore. «No» disse l’ispettore. «No, amico mio, è stato troppo abile. Dobbiamo aspettare». «Aspettare? Dio santo, ma cosa?» «La prossima volta» rispose Oates. «Non si fermerà a questo punto. Non lo fanno mai. La domanda è: chi è, ora, la persona che più gli dà fastidio?»

Margery Allingham è ironica, a tratti addirittura beffarda, come chi è perfettamente padrone del gioco, tanto da potersi permettere di rivelare l’identità dell’assassino a neanche metà del racconto.
Normalmente una scelta di questo tipo toglierebbe ogni appeal ad una crime fiction, eppure il lettore rimane ancora incollato alla pagina perché il mistero è ancora lontano dall’essere risolto, e l’indagine lascia il posto ad una sfida mortale tra assassino e detective, in cui è difficile dire chi la spunterà.
Albert Campion ha un buon intuito, ma non è l’investigatore inarrivabile di tanti illustri colleghi della Allingham: si lascia guidare dal suo senso dell’onore e dal desiderio di aiutare una vecchia signora, rischiando in prima persona, e spesso è un passo indietro rispetto all’assassino.
E’ quindi un protagonista in cui chi legge può facilmente identificarsi.
In conclusione: un romanzo dalla prosa agevole, che sa intrattenere e tenere sulle spine, con un narratore onnisciente che fa capolino quando meno lo si aspetta, che spiazza con i suoi suggerimenti e ammiccamenti, ma che non si aliena la simpatia del pubblico.

 

Il deterrente principale a un delitto, si disse, era probabilmente la radicata paura superstiziosa della responsabilità di porre fine a una vita umana, ma un uomo pieno di sé (…) avrebbe potuto mettere tranquillamente da parte quell’obiezione sulla scorta del fatto che la considerasse una necessità. In subordine, un altro deterrente, per quanto non altrettanto potente, era la paura di essere scoperti; in questo caso però bastava una bella dose di presunzione e sicurezza di sé per rendersene insensibili. La terza difficoltà, naturalmente, era il lato pratico della faccenda.

 

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Autore:

Appassionata di anime e manga da sempre, spettatrice e lettrice onnivora, con una non celata propensione per shonen, mecha e BL. Ho un debole per gli enigmi della Camera Chiusa e la Golden Age del romanzo poliziesco, libri da divorare in poltrona, avvolta da un plaid, e sorseggiando del tè.

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