Pubblicato in: libri

[Books]Il prigioniero felice di Monica Dickens.

Titolo originale: Happy Prisoner

Autore: Monica Dickens

Prima edizione: 1946

Edizione italiana: traduzione di C. Mapelli (Elliot Edizioni, 2017)

Presentazione dell’editore: La guerra è finita ma niente è ancora tornato alla normalità per Oliver North. In convalescenza per l’amputazione di una gamba, il giovane reduce è prigioniero nel suo letto, sistemato nella stanza principale della casa, da cui osserva il viavai dei membri della sua complicata famiglia. Le sorelle, la madre, i nipoti, una cugina e persino una ex fidanzata approfittano della sua condizione di spettatore affettuoso e passivo per confidargli i propri problemi. È un modo per passare il tempo e pian piano Oliver ci prende gusto: dà consigli, suggerisce strategie, manovrando dietro le quinte le esistenze degli altri. Ed è così impegnato a occuparsi degli affari altrui (provocando anche una serie di pasticci) da non badare a ciò che lo riguarda ovvero i suoi sentimenti verso qualcuno che ha molto a cuore la sua sorte: Elizabeth, la preziosa quanto riservata infermiera personale… 
Con il suo inimitabile stile brioso e pieno di tenerezza nei confronti dei suoi personaggi, Monica Dickens costruisce un’amabile commedia degli equivoci, una sorta di versione al maschile della Emma di Jane Austen, indimenticabile icona di ogni fraintendimento amoroso in letteratura.

C’erano tutti gli ingredienti per un felice quadretto familiare. La benevola madre, che sorrideva soddisfatta vedendo che tutti avevano gustato il cibo che aveva cucinato; la graziosa giovane matrona, che si chinava sul ragazzino dagli occhi scintillanti seduto sul seggiolone; l’intensa abbronzatura da vita all’aperto sulla pelle di Fred e Violet; Evelyn, la piccola trovatella accolta amorosamente, col fiocco azzurro all’estremità di una ciocca rossiccia che pendeva sul suo piatto. Anne e Toby che, per mantenere la commedia sofisticata, sembravano essere sul punto in qualsiasi momento di recitare una frase di Noël Coward. L’acciottolio di coltelli e forchette, e il mormorio della conversazione, ravvivata da risate. Poi qualcuno lo chiamò, qualcun altro si girò sulla sedia per fargli una domanda e tirandolo nella scena ruppero la magia del loro stesso fascino. Adesso vedeva chiaramente che sua madre ce l’aveva ancora con Violet, che Heather stava brontolando con David per fargli mangiare il pudding, che Fred era una noia, che Violet mangiava con la bocca aperta, che Evelyn non era pateticamente emaciata ma semplicemente magra di natura e che Anne e Toby stavano parlando di qualcuno di nome Puffy Bates di cui nessun altro aveva mai sentito parlare. C’è qualcosa di tedioso in sé, si chiedeva Oliver, che fa in modo che una scena perda il suo fascino un attimo dopo che sei entrato a farne parte, che offusca il pranzo di famiglia di Qualcun Altro appena diventa il Proprio pranzo di famiglia?

Inghilterra, Seconda Guerra Mondiale. Il maggiore Oliver North ha perso una gamba e delle schegge di granata sono penetrate in profondità nel torace arrivando al cuore, così che il giovane ufficiale è costretto ad una lunga convalescenza, in cui gli è vietato qualunque sforzo.

Le giornate trascorrono l’una uguale all’altra, in quel gineceo che è la sua casa.
Accanto a lui, infatti, l’apprensiva madre, una donna americana che di inglese ha ancora ben poco, le due sorelle, Heather e Violet, (la prima con un marito ancora all’estero, dopo essere stato liberato da un campo di prigionia giapponese, e due bambini piccoli da accudire; la seconda, dai modi tutt’altro che femminili, tutta presa dalla vita agricola, dai cavalli e dai cani), e la cuginetta Evelyn, una ragazzina in attesa del ritorno del padre dall’America, molto simile nei modi a Violet.
Completa il quadro Elizabeth, la nuova giovane, bella, ma soprattutto capace infermiera a cui è stato affidato, che all’occorrenza si trasforma in una factotum.

Talvolta la depressione prende il sopravvento, e per qualche giorno Oliver è intrattabile; per la maggior parte del tempo, invece, mostra di aver trovato ormai un certo equilibrio in quella inaspettata quotidianità, ed anzi, guarda con occhi profondamente diversi il mondo che lo circonda e le persone che lo abitano.

Con la permanenza a letto aveva acquisito un interesse per il comportamento degli altri che non aveva mai avuto prima. Non si era mai occupato della sua famiglia, tranne che per quanto lo riguardava direttamente. Era molto più consapevole di loro adesso che era semplicemente uno spettatore e non un partecipante delle loro esistenze, e gli piaceva pensare di comprenderli meglio. Certamente non aveva mai fatto grandi tentativi per conoscerli prima.

Ci mette molto meno tempo di quanto avrebbe mai immaginato ad abituarsi a quella routine,

(…) quando la gente diceva: “Quanto dev’essere atroce per te godere di quella graziosa vista e non essere in grado di uscire, specialmente in primavera”, non provava una stretta al cuore. Non tentava di spiegare, perché si rendeva conto che nessuno che non fosse stato bloccato a letto per tanto tempo, o in prigione, potesse comprendere come ci si abituava all’egocentrica contrazione del proprio mondo abitabile. “Ho sentito dire che potrai rimetterti in piedi tra breve” gli dicevano. “Sarà meraviglioso”. Non cercava di spiegare che la meraviglia avrebbe potuto essere controbilanciata dall’insicurezza dell’essere sbalzato fuori da chiuse abitudini. (…)
La sua giornata era contrassegnata da pietre miliari. I pasti, naturalmente, sempre all’ora prevista, grazie alla mania della puntualità di sua madre; tre pipe al giorno, dopo colazione, pranzo e tè; i giornali, il postino, la famiglia che veniva ad augurargli il buongiorno, Elizabeth in grembiule bianco che gli rifaceva la fasciatura alla gamba, David che entrava come una freccia dopo la passeggiata invece di andare a lavarsi le mani per pranzo,(…)
Elizabeth con la vestaglia da lavoro a fiori e un grembiule da cucina che non mostrava mai tracce di quello che aveva cucinato; Cowlin coi ceppi, perché faceva ancora abbastanza freddo da consigliare di accendere il camino, specialmente quando il tuo flusso sanguigno ha subito un corto circuito; David per la sua cena, le notizie delle sei, la famiglia riunita per i drink, Evelyn per il gioco del salto, una passione recente abbastanza forte da distoglierla dalla fattoria. Caffè nero dopo pranzo e col latte dopo cena, in accordo con le convinzioni di sua madre riguardo all’effetto della caffeina sul sonno; il suo latte caldo, le sue pillole per il cuore, i suoi biscotti allo zenzero, i suoi lavaggi, il letto rifatto, gli strofinamenti alla schiena, tutto il piccolo armamentario che teneva un invalido troppo occupato per perdere il controllo, che sosteneva l’alta opinione di sé come una consolazione per la perdita della libertà. (…)
Era ormai talmente attaccato a esse che si chiedeva come avrebbe fatto a liberarsene quando avesse cominciato ad alzarsi. Anche se avesse eliminato quelle, probabilmente non si sarebbe mai disfatto dell’abitudine di avere abitudini.

e comincia ad apprezzare il ruolo che gli viene attribuito, ossia confidente e dispensatore di consigli, in particolare per quanto riguarda le questioni sentimentali.

Ora che non è più un attore, ma uno spettatore di quella messa in scena frenetica che è la vita, è come se si fosse elevato al di sopra delle parti, in grado di valutare con occhio saggio e distaccato quanto accade:

Come si sentiva saggio, Oliver, stando sdraiato lì, sapendo che avrebbe potuto gestire le loro esistenze meglio di quanto ci riuscissero loro stessi.

La vita degli altri diventa quasi qualcosa che può plasmare a suo piacimento, e la cosa non gli dispiace affatto, sebbene nella realtà c’è poco che possa fare per influenzarla davvero.

Vedi gente qui e loro ti parlano e credi di conoscerli. Poi ti rendi conto che la loro esistenza comincia solo quando escono da questa stanza, e tu vorresti seguirli e intrometterti nelle loro vite; tuttavia, visto che non è possibile, giaci qui e dai consigli sentenziosi, che loro non seguono anche se li hanno chiesti espressamente. 

Ad ogni modo, Oliver ha trovato il suo scopo,

«So soltanto che mi faccio più idee sulla vita adesso di quando ero impegnato a viverla. I miei consigli sono piuttosto buoni. (…) Penso che ormai la mia missione nella vita sia stare qui disteso a dispensarvi saggi consigli. 

e crede di essere ormai in pace, soprattutto perché esentato dall’essere il protagonista di qualsivoglia schermaglia amorosa.
Ma il nostro maggiore è davvero immune al fascino della sua infermiera? E lei, impegnata in un fidanzamento con un uomo molto più anziano?

È inevitabile con ogni giovane paziente maschio che curano per un periodo sufficientemente lungo. Lo stesso vale per il paziente – una naturale reazione di dipendenza e gratitudine, anche con ragazze meno attraenti di questa. E così le infermiere si fidanzano. Un disastro, il più delle volte, quando lui la vede senza uniforme e lei lo vede senza pigiama e non hanno più bisogno l’uno dell’altra.


Lo stile di Monica Dickens sa essere esuberante, ma sempre senza strafare.
La vita familiare di Oliver North è tutto tranne che monotona, e le sue donne gli danno sempre un bel da fare.
Talvolta è pura commedia (praticamente quasi sempre quando Violet è in scena), ed è un lampante esempio di quell’umorismo tipicamente britannico che non smette di divertire il lettore ormai da decenni:

La povera folle creatura era Lady Sandys, la madre di John. Non era propriamente pazza, ma soffriva di spasmodiche crisi di cleptomania che si erano aggravate in conseguenza della psicoterapia, quindi non venivano più curate e si preferiva ignorarle cortesemente.
Se ci si accorgeva che mancava qualcosa, non si diceva niente e si aspettava pazientemente e, facendo riferimento alla perdita dell’oggetto, se necessario, si incolpava il disservizio delle poste. Lady Sandys aveva un’accompagnatrice chiamata signorina Smutts, una vecchietta noiosa e baffuta col corpo a forma di pera, che era diventata molto abile nel rintracciare gli oggetti sottratti negli ingegnosi nascondigli in cui li metteva Lady Sandys quando era soggetta alle sue crisi. Se non sapeva a chi appartenessero, la signorina Smutts metteva l’orologio, o il guanto, o il braccialetto sul tavolo a mezzaluna nel corridoio del piano di sopra, e non rimaneva altro che andarli a recuperare. Ognuno dava macchinalmente un’occhiata al tavolo ogni volta che ci passava accanto, come gli ospiti di un albergo guardano la loro casella della posta quando passano davanti al banco della reception. Lady Sandys, da parte sua, passava accanto al tavolo col suo armamentario di cianfrusaglie senza mostrare che una leggera sorpresa nel vedere che qualcuno potesse avere lasciato lì una scarpa o uno spazzolino da denti, dal momento che, una volta presi gli oggetti, perdeva interesse in essi e sembrava assolutamente inconsapevole di averli sottratti. (…) Non prendeva mai denaro. Era teoricamente onesta, ma criminalmente indeterminata.

Allo stesso tempo, però, un personaggio come quello di Lady Sandys,  così sopra le righe, che sembra avere semplicemente un ruolo comico, nasconde anche un lato più profondo, drammatico, che da un momento all’altro diviene predominante, e l’autrice dimostra una grande maestria nel passare da un registro all’altro con fluidità.

Interessante anche la struttura stessa del romanzo, che per alcuni versi è una raccolta di racconti nel racconto. Ciascun personaggio, infatti, prima o poi arriva al capezzale di Oliver per raccontargli la sua storia, e così gli eventi narrati in terza persona della convalescenza dell’ufficiale lasciano il posto ad una narrazione in prima persona di episodi del passato (da come Oliver è rimasto ferito – non per un’azione eroica, bensì nella ricerca di cipolle e alloro per uno stufato – al matrimonio di Heather; dalla “confessione” di John alla situazione familiare di Elizabeth).

Una lettura leggera, che strappa spesso e volentieri una risata – soprattutto nella parte centrale – ma che sa anche regalare interessanti spunti di riflessione.

La falena, che aveva sbattuto freneticamente all’interno del paralume nel corso degli ultimi dieci minuti, improvvisamente cadde sulla pagina aperta del suo libro e lì rimase stordita, mostrando di essere ancora viva semplicemente con un leggero fremito delle antenne. Dal momento che il libro gli piaceva, Oliver continuò a leggere finché non giunse alle parole che venivano oscurate dalla falena. Stava quasi per sollevare il libro e gettarla fuori dalla finestra, quando il suo sguardo fu attratto dalla configurazione delle sue ali e dalla superflua perfezione del suo insignificante corpicino. Se ne stava lì con le ali dispiegate a metà, con gli angoli di quelle inferiori a malapena visibili sotto quelle superiori. Sembravano essere composte da migliaia di minuscole fibre, che contribuivano a tessere un disegno dalle sfumature di color fulvo e marrone che facevano pensare a un prezioso scialle o a un arazzo. Ai bordi, che erano arrotondati come conchiglie, con un ciuffo di lanugine tra ogni dentellatura, le fibre formavano un fregio di una tonalità di marrone più scura, che proseguiva esattamente nello stesso punto sulle ali inferiori, in modo che quando tutte e due erano spiegate lo schema appariva senza interruzioni. Questa falena, che era sembrata un motivo di disturbo quando cercava di uccidersi sbatacchiando qua e là intorno alla sua lampada, era realmente un oggetto da esposizione, un miracolo di squisita perizia artigianale sperperato in un’esistenza lunga soltanto una notte.

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Autore:

Appassionata di anime e manga da sempre, spettatrice e lettrice onnivora, con una non celata propensione per shonen, mecha e BL. Ho un debole per gli enigmi della Camera Chiusa e la Golden Age del romanzo poliziesco, libri da divorare in poltrona, avvolta da un plaid, e sorseggiando del tè.

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