Pubblicato in: manga

[Manga] Naruto di Masashi Kishimoto

Titolo originale: NARUTOナルト

Genere: azione, combattimento, drammatico, commedia

Tipologia: shōnen

Storia: Masashi Kishimoto

Disegni: Masashi Kishimoto

Prima serializzazione: 4 ottobre 1999 – 10 novembre 2014 su Weekly Shōnen Jump

Casa editrice:Shūeisha

Status: concluso

Volumi: 72

Disponibilità italiana: si


 

Noi eravamo soli e affamati d’amore.
Ragazzini che vivevano in un mondo pieno d’odio 

Naruto Uzumaki è un dodicenne orfano del Villaggio ninja della Foglia. Non sa nulla dei propri genitori né del perché gli abitanti del villaggio lo trattino con freddezza se non con aperta ostilità. 

La sua voglia di attirare l’attenzione è così grande da finire con il combinare continuamente dei guai; probabilmente diventerebbe un poco di buono se sulla sua strada non incontrasse il maestro Iruka, uno degli insegnanti dell’Accademia, orfano a sua volta, che vedendo oltre le marachelle, capisce come Naruto sia mosso essenzialmente dal suo desiderio di essere considerato e di stringere legami con le altre persone.
Il ragazzino trova così un obiettivo nella vita, diventare Hokage, lo shinobi più forte del Villaggio, colui con il compito di difendere la Foglia dai nemici.
La strada è però lunga e irta di ostacoli, un lungo percorso di crescita durante il quale Naruto capirà cosa significhi davvero essere Hokage e come i legami siano qualcosa da difendere ad ogni costo, anche quando dolorosi.

 

Con il finire degli anni ’90 e l’inizio del nuovo millennio, la rivista Weekly Shōnen Jump di Shūeisha si impone ancora una volta sul fronte shōnen in Giappone (e non solo) grazie ad opere come One Piece del 1997, Naruto del 1999 e Bleach del 2001.
L’unica tuttora in corso è One Piece, che continua imperterrita ad inanellare record, mentre sia Naruto sia Bleach si sono recentemente concluse, non senza polemiche, rappresentando perfettamente quale sia la situazione dello shōnen contemporaneo, e, più estesamente, dell’editoria manga.

 

Concentrando l’attenzione sul solo Naruto, la serie è divisa in due parti; la prima, copre le avventure del giovane protagonista intorno ai 12-13 anni: c’è la formazione del team 7, ci sono le prime missioni, ma ci sono anche le iniziali prese di coscienza di essere in un un mondo in cui è accettabile che dei bambini diventino degli strumenti di guerra; sono gli anni in cui Naruto intesse molti dei legami che segneranno di lì innanzi la sua vita, primo fra tutti quello con il compagno di team e rivale Sasuke Uchiha.

L’abbandono del team e del villaggio da parte di Sasuke è l’evento che dà una nuova svolta alla trama: Naruto e altri giovani genin della Foglia cercano di farlo ritornare indietro, ma falliscono; lo scontro diretto tra Naruto e Sasuke si conclude con il primo a terra esanime, e il secondo che appare ormai destinato ad un futuro oscuro, da vendicatore.


Nella seconda parte, lo Shippuuden (dal ventottesimo volume in poi), c’è un salto temporale di tre anni; ciascuno dei membri del primo team 7 si è allenato con uno dei leggendari sannin, Naruto con Jiraya, Sakura con Tsunade e Sasuke con Orochimaru, ed è ora di mettere alla prova quanto appreso. Per Naruto e Sakura, l’obiettivo rimane riportare Sasuke nel villaggio, mentre l’Uchiha sente di non avere più nessun legame con il suo passato da ninja della Foglia, completamente assorbito dalla brama di vendetta nei confronti di suo fratello Itachi, responsabile dell’uccisione dell’intero clan Uchiha.

Quando sembra che Sasuke abbia finalmente raggiunto il suo scopo, la morte di Itachi, ecco che le carte in tavola vengono drammaticamente ed inaspettatamente rimescolate: il massacro del clan è stato voluto dai vertici della Foglia (molti vedevano negli Uchiha e nelle loro abilità innate un pericolo), ed Itachi si è assunto il compito di sterminare i suoi per prevenire un colpo di stato (con tutte le possibili sanguinose conseguenze) e salvare suo fratello minore; ha infatti barattato la vita dell’ignaro Sasuke (all’epoca un bambino) con l’eccidio del resto del clan.

La rivelazione sconvolge l’ultimo degli Uchiha, e il suo odio, ancora più vigoroso e spietato, trova un nuovo obiettivo: distruggere il Villaggio della Foglia.


Fino a questo punto, la trama di Naruto si regge piuttosto egregiamente; la prima parte è senza dubbio ottima: Kishimoto dimostra di aver appreso più che bene la lezione dei suoi predecessori, regalandoci uno shōnen di tutto rispetto, il cui pregio principale è l’ottima caratterizzazione dei personaggi, unita ad una visione d’insieme chiara e lineare; l’autore appare perfettamente padrone della sua storia, e dà prova di riuscire a gestire una sceneggiatura d’ampio respiro.

Nella seconda parte, invece, ecco che improvvisamente la situazione si capovolge nettamente: la caratterizzazione dei personaggi si va progressivamente perdendo, perché tutti vengono come fagocitati da un protagonista che inizialmente si è affermato grazie al suo essere un “perdente”, un outsider con cui identificarsi, e che ora assume sempre più connotati da messia; la trama pare andare avanti per tentativi ed errori, e Kishimoto sembra aver perso la capacità di focalizzarsi, diventando dispersivo ed inconcludente.

Sin dagli albori dello Shippuuden cominciano ad avvertirsi degli scricchiolii, con un po’ troppe sottotrame a distrarre dalla narrazione principale; sulle prime, la cosa può ancora risultare perdonabile, ma esaurito il colpo di scena della verità sul massacro Uchiha, ecco che la situazione appare per quello che è: estremamente confusa.

Certo, qualche intuizione felice c’è ancora, però sembrano solo degli sprazzi di sereno a interrompere per poco una lunghissima e grigia noia.

Come è possibile che il giudizio su un’opera cambi così radicalmente, che i punti di forza di un tempo si perdano improvvisamente, e che le due parti di una medesima serie possano essere descritte in termini diametralmente opposti?

La spiegazione più plausibile, applicabile a Naruto (ma non solo), è che con il successo della serie (una delle più conosciute anche oltre i confini giapponesi, Stati Uniti in primis), il marketing ha pian piano prevalso su quello che dovrebbe essere invece l’aspetto fondamentale di una pubblicazione, ossia il voler raccontare una storia.

L’impressione è che l’autore abbia (quanto a malincuore non è dato saperlo) ceduto a pressioni esterne, allungando a dismisura una storia concepita in principio secondo pochi punti fermi, finendo però con il perdersi in varie sottotrame, più o meno sviluppate, e minando la coerenza interna del tutto; è come se, di volta in volta, ci sia l’input di soffermarsi su un dato personaggio (in base magari ai risulti dei sondaggi di gradimento) o situazione, ma spesso quanto iniziato viene lasciato a metà, non chiarendo mai alcuni elementi, semplicemente perché il vento ha cominciato a soffiare in un’altra direzione .

Uno dei punti più bassi nella storia è sicuramente il ritorno temporaneo fra i vivi di alcuni defunti, esempio del più becero fanservice: come a scimmiottare quanto possibile in un videogioco, ecco la possibilità di vedere Sasuke e Itachi combattere insieme, e lo stesso dicasi per Naruto e suo padre.

Nello Shippuuden c’è anche una netta semplificazione del discorso: se uno dei leit motiv originali di Naruto è che non esistono verità assolute e che ciascuno, a seconda delle circostanze e in nome del proprio credo, possa finire dalla parte dei “buoni” o dei “cattivi”, ecco che nella seconda parte a dominare è un indiscutibile manicheismo: Naruto rappresenta il bene senza se e senza ma, e chiunque lo appoggi è automaticamente nel giusto; al contrario, chi gli si oppone è inevitabilmente nel torto.

L’ex reietto diviene l’eroe, il salvatore (probabilmente non stonerebbe una “S” maiuscola), in grado di convertire chiunque incontri sulla sua strada; “santificare” il protagonista, però, significa privare il lettore della possibilità di sentire empatia nei confronti di un personaggio tanto inarrivabile.

Probabilmente il declino del personaggio di Naruto diviene inarrestabile quando si crea un rapporto di “amicizia” con Kurama, la Volpe a Nove Code.

Inizialmente il temibile spirito malvagio imprigionato nel corpo del protagonista sembra voler rappresentare una sorta di monito: chiunque ha il suo demone interiore, e deve prestare sempre la massima attenzione affinché non prevalga; per far ciò, però, è necessario innanzitutto accettare l’oscurità che ognuno ha in sé, e imparare a dominarla.

Nel momento in cui Kurama diviene un personaggio in carne e ossa, ecco che tutto il suo significato simbolico si perde; non è più l’ombra nella personalità di Naruto, un tutt’uno, per quanto nascosto, con il personaggio, ma qualcosa di diverso e (nettamente) separato.  La un tempo minacciosa Volpe a Nove Code diventa uno dei tanti “convertiti”, e il suo ruolo si riduce a quello di riserva di chakra.

Il lasciare, invece, che Naruto continuasse ad avere un punto debole “interno”, avrebbe dato sicuramente maggiore spessore al personaggio: anche gli eroi possono cadere, passare al lato oscuro; se non lo fanno, è perché si aggrappano ai loro principi ed ideali, trovando in essi la forza per resistere.

A tutto questo va aggiunta la perdita di mordente, inevitabile quando si decide di far raggiungere al protagonista (ben prima della conclusione della storia) uno dei suoi principali obiettivi, ossia il riconoscimento del proprio valore da parte del Villaggio. È come se, dopo la saga di Pain, gran parte del discorso si sia esaurito; certo rimane la questione Sasuke, ma tutto quello che si frappone fra quel momento e l’epilogo ha un che di posticcio e superfluo.

Esaurita una delle spinte fondamentali della storia, per procedere non resta altro che “aggiungere”, ma  mentre Naruto “aumenta”, per forza di cose si sminuiscono e banalizzano gli altri personaggi, rendendoli delle semplice comparse.

Il ricorso ai power-up è un facile escamotage degli shōnen già dagli anni ’80: da un lato, se usati con cognizione, servono a galvanizzare il pubblico, grazie ad un colpo di scena inaspettato; dall’altro, se si esagera,  si finisce con il privare di significato uno degli assunti portanti di questo tipo di narrativa, ossia che non esista ostacolo che non possa essere superato grazie all’impegno e alla dedizione.

E pensare che inizialmente Naruto ne aveva fatto uno dei suoi cavalli di battaglia…

Ancora una volta, nella prima parte la situazione è diametralmente opposta: ogni personaggio ha un suo ruolo definito e viene opportunamente caratterizzato; in particolare, i giovani genin si distinguono l’uno dall’altro per indole e capacità, e ciò crea un certo equilibrio: a seconda delle situazioni, è l’intervento dell’uno o dell’altro a rendersi determinante, mentre nella seconda parte è puntualmente l’entrata in scena di Naruto ad essere risolutiva.

Tallone d’Achille di Kishimoto è senza dubbio la caratterizzazione dei personaggi femminili, complessivamente piuttosto stereotipati e poco incisivi. Benché sia opinione di chi scrive che eventuali accuse di misoginia siano fuori luogo, certamente l’autore non ne approfondisce più di tanto la psicologia, limitandosi a riproporre modelli già rodati (il maschiaccio, quella dal facile ricorso alle mani, l’innamorata, la madre). È come se il mangaka si fermasse di fronte a qualcosa che non conosce ed è convinto non potrà mai comprendere fino in fondo.

Emblematica in questo senso è una delle prime scene del manga: il Team 7 è stato appena formato, e Kakashi chiede ai suoi studenti quali siano i loro sogni; Naruto vuole diventare Hokage, Sasuke ha una vendetta da portare a termine e Sakura, beh, Sakura fa capire di voler sposare una certa persona.

Un Kakashi imbarazzato riflette tra sé e sé che l’allieva è nell’età in cui le ragazze pensano principalmente all’amore, e il suo atteggiamento probabilmente riflette quello dello stesso Kishimoto: il femminile è qualcosa in cui un uomo ha difficoltà ad immedesimarsi, e per questo tanto vale non provarci nemmeno.

Detto ciò, è giusto sottolineare che neanche i personaggi maschili, pur avendo spesso un ruolo  maggiore, brillano più di tanto per approfondimento introspettivo. Le caratterizzazioni non hanno la plasticità necessaria per una verosimiglianza psicologica, e sovente un personaggio rappresenta più un concetto, un ideale, che non un possibile essere umano.

I più fortunati hanno i loro quindi minuti di fama anche nello Shippuuden (vedi il caso di Shikamaru); gli altri per lo più fanno numero.

L’appiattimento generale degli altri personaggi per far risaltare il protagonista è quanto mai evidente nella parabola del co-protagonista, Sasuke.


In base alle parole dello stesso Kishimoto, Naruto e Sasuke sono sempre stati concepiti come un tutt’uno, due facce della stessa medaglia;

partono dal medesimo background di solitudine (in un caso di chi non ha mai avuto niente e nell’altro di chi ha perso tutto), ma rispondono in maniera diametralmente opposta: Naruto sceglie la “luce” e cerca di creare quanti più legami con chi lo circonda; Sasuke, invece, sceglie l'”oscurità” e si rinchiude nella sua solitudine, rifuggendo da ogni legame umano.

In altre parole, Naruto e Sasuke non sono altro che l’esemplificazione delle due alternative tra cui molti sono chiamati a scegliere.


L’indissolubile connubio Naruto/Sasuke è senza dubbio uno dei punti fissi del manga, come sottolineato dai continui rimandi ed analogie.


Però, per mantenere efficace e pregnante la continua ambivalenza, i due sarebbero dovuti rimanere l’incarnazione di due tendenze si antitetiche, ma parimenti valide; nello Shippuuden, invece, sembra che improvvisamente diventi essenziale ribadire più e più volte come l’unica via perseguibile sia quella indicata da Naruto.

Con questo cambiamento di prospettiva, il personaggio dell’Uchiha non poteva che uscirne malconcio: ora, in un manga con un protagonista infallibile, non è accettabile che non riesca proprio in quello ribadito più volte come suo fine ultimo, ossia riportare Sasuke a Konoha; il ritorno di Sasuke tra le file della Foglia è quindi scontato, così come che tra Naruto e Sasuke dovrà esserci uno scontro finale.

Quindi, pur essendo l’antagonista per antonomasia, nella prospettiva della redenzione finale, all’Uchiha viene preclusa la possibilità di essere il  vero nemico della serie; ciò determina l’inevitabile necessità di trovare un “sostituto”, un villain temibile, non redimibile, da sconfiggere senza esitazioni.

Più di un personaggio viene “selezionato” per la parte, ma ancora una volta il voler rendere Naruto colui che riesce a toccare il cuore di ogni avversario, vanifica i tentativi: ci provano Nagato, Obito, entrambi “convertiti” in extremis, e per un attimo pare che il ruolo debba cadere su Madara; inspiegabilmente, l’invincibile Uchiha viene fatto uscire di scena in quattro e quattr’otto, per lasciare il posto ad uno dei nemici più improvvisati e meno credibili di sempre, il tutto accompagnato da un altrettanto sconclusionata quarta grande guerra ninja, di cui gli unici momenti da salvare sono quelli di un riunito Team 7 con i loro attacchi combinati:

E Sasuke? Almeno fino alle rivelazioni su Itachi, Kishimoto sembra star seguendo il proprio progetto di sviluppo del personaggio; successivamente, si trova a doverlo gestire come “cattivo, ma non troppo”, per poi decidere di schiacciare l’acceleratore su “cattivo”, in modo da scongiurare il rischio di uno schieramento più per l’Uchiha che per Naruto.

Quando la storia sta per arrivare agli sgoccioli (e quindi si avvicina il momento della redenzione), per giustificare lo scontro per Naruto, si ricorre ad una fantomatica “rivoluzione” invocata da Sasuke, che rimane però quanto mai fumosa, poco consistente, ennesima riprova che non esiste nessuna effettiva alterativa all’eroe della Foglia.

Paradossalmente, Naruto avrebbe dovuto essere colui destinato a rivoluzionare il mondo ninja, portando finalmente la pace, ma lo fa nel modo più reazionario possibile, difendendo lo status quo e quanto fatto dai suoi predecessori.

Non c’è nessuna assunzione di colpe, nessun vero rimprovero nei confronti delle generazioni passate che non hanno fatto altro che trasmettere la fantomatica “Volontà del Fuoco”: non è neanche dato sapere se siano mai state rese pubbliche le responsabilità nel massacro degli Uchiha; Konoha è il bene supremo da difendere a qualunque costo, e quanto fatto per essa è sempre e comunque giustificato.

Anche in questo vengono tradite le speranze delle premesse: il nuovo si sarebbe dovuto raggiungere smentendo i metodi del passato, in nome di una necessaria trasparenza, troppe volte dimenticata, causa di innumerevoli spargimenti di sangue.

È come se si fosse abbassato il target a cui rivolgersi: inizialmente, pre-adolescenti a cui far capire come spesso l’apparenza inganni e che il fine non sempre giustifichi i mezzi; nel finale, invece, sembra si voglia insegnare a dei bambini che c’è sempre un bianco e un nero, un giusto e uno sbagliato.

Tornando a Sasuke, la caratterizzazione del personaggio soffre dei continui tentennamenti dell’autore, che pare diviso tra la sua visione iniziale e il dover seguire richieste esterne di bilanciamento tra popolarità e impopolarità; alla fine, in mezzo a tanta confusione, viene scelta la strada più scontata e prevedibile. Le azioni “malvagie” dell’Uchiha hanno sempre del già visto…

Il “definitivo” (almeno per qualche pagina) passaggio di Sasuke al lato oscuro viene infatti deciso nello scontro con Danzo, l’unico personaggio che osserviamo effettivamente morire per mano dell’Uchiha. La scelta, ovviamente, non è casuale: pur essendo della Foglia, Danzo è un personaggio ambiguo, caratterizzato più come un “cattivo” che non un “buono”; durante l’attacco di Pain ha lasciato che il Villaggio versasse in un gravissimo pericolo pur di conquistare il potere, e le sue mani si sono sicuramente macchiate di molto sangue.

Se vogliamo fare un confronto tra Sasuke e un altro personaggio di un celebre shōnen, ossia Vegeta di Dragonball, possiamo dire che il Principe dei Sayan è a tutti gli effetti un “cattivo”, e ha ucciso più e più volte; però, direttamente “sulla scena”, lo vediamo uccidere solo altri “cattivi”, come Nappa, a sua volta responsabile della morte di “buoni” a cui il pubblico era affezionato da tempo, Tenshinhan, Jiaozi e Piccolo. Gli eventuali innocenti uccisi da Vegeta durante la serie sono tutti anonimi, non riconoscibili. In altre parole, se un “cattivo” è destinato ad una tardiva redenzione, lo vedremo uccidere solo altri “cattivi” e mai dei buoni, regola inviolabile dello shōnen a cui Kishimoto si adegua nel caso di Sasuke senza batter ciglio.

Proprio per questo, però, la discesa del coprotagonista ha bisogno di gesti più eclatanti, e che assumano una caratterizzazione più nettamente negativa: ecco perciò che lo vediamo ferire mortalmente Karin (una ragazza, quindi per definizione più debole), un membro del suo team che intuiamo innamorata di lui e a cui sappiamo egli deve la vita; per sancire ancora con più forza il cambiamento in Sasuke, Karin è anche colei che nello scontro con Killer Bee ha salvato mettendo a repentaglio la propria incolumità.

Non è ancora abbastanza, e di lì a poco, eccolo affrontare due membri del suo ex team, Sakura prima e Kakashi poi, non mostrando alcuna esitazione, a riprova del taglio netto con il passato; solo l’intervento di Naruto impedisce che lo scontro vada avanti.

Certo, in questo modo si apre la strada ad uno dei momenti fondamentali nel rapporto tra Naruto e Sasuke


 

peccato che il come ci si sia arrivati lo adombri, almeno in parte.

Ad ogni modo è in scene come questa che Kishimoto pare tornare alla sua verve iniziale e tutto sembra avere un senso; è come se a tratti fosse libero di riprendere il suo discorso originale, mettendo da parte tutti quegli orpelli dal sapore posticcio che ad un certo punto ha cominciato a trascinarsi appresso.

Il legame tra Naruto e Sasuke rimane il fulcro dell’intera narrazione e continua ad avere una sua coerenza, nonostante le tante sbavature che vanno a macchiare i due protagonisti.


Analogamente, un pubblico, ormai quasi rassegnato, può gioire di nuovo quando dopo tanti, tantissimi, inutili giri si arriva allo scontro finale tra i due.

La paura è che il tutto si riducesse ad una mera manifestazione di forza, magari con una vittoria netta di Naruto, ed invece Kishimoto ritrova lo spirito iniziale del suo manga, regalando una battaglia equilibrata, fatta di pugni, sangue e sudore,


piuttosto che di poteri semi-divini, in cui a prevalere è un’inossidabile amicizia.

Non importa quello che ha separato i due per ben tre anni,  Sasuke può finalmente lasciarsi andare

e tutto ritorna improvvisamente come un tempo.

Il monologo interiore di Sasuke è il perfetto contraltare al discorso di Naruto nel capitolo 486 (a cui si fa esplicito riferimento:

), a sottolineare ancora una volta la perfetta simmetria tra i due.


 

 

 

 

 

È questo finale a risollevare le sorti del manga; non fa dimenticare i tanti disastri della seconda parte (e i tanti, tantissimi plot hole mai colmati), ma riporta ai fasti della prima, mitigando il giudizio complessivo.

Con la conclusione del manga, una parte particolarmente rumorosa del fandom si è concentrata su un unico aspetto: come si sono concluse le vicende sentimentali dei protagonisti.

Lascia perplessi constatare come un aspetto tanto marginale (in una serie come Naruto) abbia attirato una simile attenzione.

Nonostante i fiumi di parole spesi, sarebbe stato sicuramente più problematico e meno coerente (per non dire profondamente sbagliato) scegliere un finale diverso: indipendentemente dall’eventuale giudizio negativo sui personaggi femminili, appare palese come sia Hinata sia Sakura siano state concepite anche in funzione dei loro interessi amorosi; un lettore può criticare questa impostazione, così tradizionalista e limitante, ma sarebbe stata una nota estremamente stonata non permettere alle due ragazze di concretizzare la loro stessa ragione d’essere.

In altre parole, si dovrebbero valutare i due aspetti indipendentemente: da una parte, l’impianto seguito nella caratterizzazione dei personaggi; dall’altra, il fatto che Kishimoto sia rimasto in linea con quel presupposto. Per il primo, una valutazione negativa è più che comprensibile; per il secondo no.

A che pro deludere le aspettative amorose di Hinata e Sakura, quando contemporaneamente i personaggi maschili realizzano i propri obiettivi?

Tornando alla già citata scena dei sogni e aspirazioni del Team 7, sia Naruto sia Sasuke hanno realizzato le proprie aspettative (anche se c’è stato un cambio di prospettiva nell’Uchiha); perché non avrebbe dovuto essere lo stesso per Sakura?

Lo sviluppo delle vicende amorose non è la priorità per l’autore, ma è comunque tenuto a dedicarvi dello spazio (in una storia di crescita con protagonisti degli adolescenti ci si aspetta sempre un qualche riferimento anche alle prime cotte e delusioni sentimentali); nella prima parte pone le basi per lo sviluppo dei rapporti, in particolare tra Sasuke e Sakura (le principali scene con un tocco di romance, volenti o nolenti, sono le loro),


mentre nella seconda, come per tutte le criticità emerse nello Shippuuden, la volontà di “tirarla per le lunghe” ha prevalso, e così, ad esempio, non ci è stato mostrato cosa Naruto abbia provato di fronte alla dichiarazione di Hinata, e qua e là è stato lasciato credere che ci fossero delle possibilità per la coppia Naruto e Sakura.

In uno shōnen, a meno che non si decida di porle al centro dell’attenzione (vedi il caso di Video Girl Ai), le vicende amorose sono trattate in maniera piuttosto semplice: ci posso essere delle infatuazioni temporanee, ma nel momento in cui i sentimenti dei personaggi appaiono come un qualcosa di vero e profondo, quella relazione è destinata a durare per sempre.

Nel caso di Sakura, si parte da una cotta come tante; con il proseguire della storia, però, il suo affetto per Sasuke si manifesta come amore sincero;

inoltre, già precedentemente ci sono stati numerosi segnali circa il futuro sviluppo del loro rapporto (è Sakura che sa del segno maledetto, mentre Naruto ne è ancora all’oscuro; è con Sakura che Sasuke si lascia andare ad alcune confidenze sul suo passato, anche se in maniera indiretta; è Sakura che riesce a far ritornare  in sé Sasuke la prima volta che il segno maledetto prende il sopravvento; è sempre Sakura che intuisce l’intenzione di Sasuke di lasciare il villaggio).

A questo c’è chi ribatte che il ragazzo non ha mai dimostrato di ricambiare un simile affetto; se consideriamo la caratterizzazione del personaggio e anche il destino che l’autore ha in serbo per lui, l’assenza della manifestazione di un sentimento romantico è del tutto comprensibile.


L’ideale di un amore fedele nonostante tutto è la caratteristica che contraddistingue Sakura; un eventuale spostamento dei suoi sentimenti romantici da Sasuke a Naruto avrebbe annullato completamente le premesse stesse del personaggio, arrecandole un danno irreparabile.

Inoltre, volendo tirare in ballo una sorta di discorso di “pari opportunità”, non si può apprezzare Naruto per aver sempre continuato a credere in Sasuke e criticare Sakura perché ne è ancora innamorata; allo stesso modo, si può accusare Kishimoto di aver delineato dei personaggi femminili molto tradizionalisti e stereotipati, ma per lo meno ha concesso alla sua eroina di offrire un esempio di affetto senza risvolti romantici nei confronti del protagonista.

In fondo, gli stessi parallelismi tra Kushina e Sakura suggeriscono un interesse quasi materno della giovane kunoichi per Naruto, che talvolta ha bisogno di essere strigliato come pure di avere qualcuno che creda comunque in lui.

Per Hinata può essere fatto un discorso analogo: in un manga in cui uno dei messaggi fondamentali è che perseverando si può raggiungere qualsiasi obiettivo, avrebbe lasciato l’amaro in bocca non vederle coronare il suo desiderio.

È sicuramente un personaggio marginale, a cui viene lasciato pochissimo spazio, ma le scene che la coinvolgono non fanno che sottolineare il legame che ha con Naruto.

Purtroppo è stata infelice la decisione di lasciare le questioni sentimentali irrisolte fino alla fine del manga per i già citati motivi; in questo modo, l’autore non ha avuto la libertà di gestire l’aspetto in maniera lineare e compiuta, perché doveva comunque essere lasciato uno spiraglio a tutte le possibili alternative.

A ben guardare, però, non è che le alternative avessero chissà che basi su cui poggiarsi: la cotta di Naruto per Sakura è legata anche all’affinità che il ragazzo sente con la ragazza; da sempre egli desideri essere riconosciuto da qualcuno, mentre Sakura ambisce al riconoscimento da parte di Sasuke; Naruto, quindi, capisce bene come si senta la ragazza e proprio per questo spera per lei che ottenga ciò che vuole. La cosa lo elimina automaticamente dai giochi, e Naruto stesso se ne fa una ragione, come appare evidente nella scena del risveglio di Sasuke in ospedale.

Allo stesso modo, la falsa confessione di Sakura a Naruto non fa che palesare (e sottolineare ancora una volta) quali siano i reali sentimenti della ragazza, e come Naruto stesso si ponga nei loro confronti: come potrebbe mai accettare che la ragazza che gli piace anche e soprattutto perché capace di amare con perseveranza abbia “cambiato idea”?

E dire che l’autore lascia che le sue vere intenzioni circa il finale romantico del manga diventino esplicite proprio nelle scene più criticate da chi non condivide le sue scelte:

il genjutsu a cui Sasuke sottopone Sakura prima di affrontare Naruto è la prova che il ragazzo non è poi così indifferente ai sentimenti della kunoichi.



In conclusione: Naruto, pur essendo uno degli shōnen più significativi del nuovo millennio, non è esente da critiche, riconducibili ad una cattiva gestione del tutto, paradossalmente innescata dal successo della serie.
Detto ciò, c’è comunque molto da salvare, in particolare nella prima parte, esempio di quanto di buono la tradizione del fumetto giapponese per ragazzi ci ha trasmesso nel corso degli anni: amicizia, spirito di sacrificio, perseveranza. E questo, con buona pace di chi avrebbe preferito uno shōjo di serie B.




Storia: ♥♥♥

Disegni: ♥♥♥ e 1/2

Edizione: ♥♥♥

Voto complessivo: ♥♥♥

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Autore:

Appassionata di anime e manga da sempre, spettatrice e lettrice onnivora, con una non celata propensione per shonen, mecha e BL. Ho un debole per gli enigmi della Camera Chiusa e la Golden Age del romanzo poliziesco, libri da divorare in poltrona, avvolta da un plaid, e sorseggiando del tè.

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