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[Books] Delitto a teatro. Un’indagine per l’ispettore Alleyn di Ngaio Marsh

Titolo originale: Enter a Murderer

Autore: Ngaio Marsh

Prima edizione: 1935

Edizione italiana: traduzione di F. Pece (Elliot – collana Raggi Gialli – 2010)

Presentazione dell’editore:

“Tutti siete sospettati. E tutti mentite e recitate.” L’ispettore capo di Scotland Yard, Roderick Alleyn accetta volentieri l’invito a teatro fattogli dall’amico giornalista Nigel Bathgate, aspettandosi di passare una bella serata. Lo spettacolo scorre piacevolmente fino all’ultimo atto, quando uno degli attori, Arthur Surbonadier, viene ucciso, colpito al cuore da un proiettile sparato dalla pistola di scena. Alleyn entra subito in azione e, nell’indagare sulla vita della vittima, scopre che Surbonadier era un tipo poco raccomandabile, ricattatore e seduttore, e che molti nutrivano del rancore nei suoi confronti. Affiancato dal fido assistente, l’ispettore Fox, e dall’amico Nigel, Alleyn dovrà scavare molto a fondo prima di riuscire a scoprire il colpevole. Pubblicato nel 1935, “Delitto a teatro” è un giallo nella migliore tradizione inglese, percorso da una sottile vena di umorismo. Il ritmo veloce e incalzante conduce senza sosta il lettore fino allo svelamento del mistero, in uno dei migliori capitoli della serie che vede per protagonista l’ispettore Alleyn. Fra gli anni Trenta e Quaranta, Ngaio Marsh è stata – insieme ad Agatha Christie – una delle “Queens of Crime”, vincitrice dei maggiori premi per romanzi gialli e autrice di bestseller che stanno oggi tornando all’attenzione del grande pubblico a livello internazionale.

“(…) direttore di scena, produttore e critico di questo dramma è quel vecchio piedipiatti che si chiama Legge. E io, signor Saint, per usare le parole di un successo di cassetta di molto tempo fa, “Io, Signori, rappresento la Legge”.

Agatha Christie, Ngaio Marsh, Dorothy L. Sayers e Margery Allingham: sono loro le quattro “Queens of Crime” della tradizione giallistica inglese, che hanno dominato il panorama della crime fiction anglosassone nella sua “età dell’oro”, gli anni ’20 e ’30 del secolo scorso.
Ngaio Marsh (all’anagrafe Edith Ngaio Marsh) viene ricordata per i 32 romanzi con protagonista l’Ispettore Roderick Alleyn del CID (Criminal Investigation Department) della Polizia Metropolitana di Londra, un gentiluomo che ha deciso di mettere la propria sagacia al servizio delle Forze dell’Ordine di Sua Maestà.
Enter a Murderer è il secondo dei suoi romanzi, e la Marsh, ambientando la vicenda nel mondo del teatro, si avventura su sentieri più che noti: la scrittrice, infatti, è stata anche attrice e regista.
È la vita che imita l’arte o l’arte che imita la vita?
Due attori, rivali sul palco ma anche in amore, si trovano a dover interpretare degli acerrimi nemici.
Gli alterchi dietro le quinte paiono continuare in palcoscenico, e la scena di maggior pathòs del loro ultimo dramma prevede che uno dei due muoia, ucciso da un un colpo accidentale partito durante una colluttazione. Qualcuno, però, ho sostituito le false cartucce di scena con veri proiettili, e un pubblico ignaro assiste ad un reale omicidio.
L’unico a capire immediatamente cosa sia successo è l’Ispettore Alleyn che proprio quella sera è in teatro con l’amico giornalista Nigel Bathgate, entrambi invitati proprio da colui che ha sparato il colpo mortale.
La vittima sin da subito appare tutt’altro che uno stinco di santo, e molti sembrano avere almeno un motivo per rallegrarsi della sua precoce dipartita…

«Stavo pensando che nei casi d’omicidio difficili o non compare nessun movente o ne compaiono troppi. In questo caso ve ne sono troppi: Jacob Saint è stato ricattato dal morto; Stephanie Vaughan era tormentata e minacciata; Trixie Beadle probabilmente è stata rovinata da lui; Props è stato, come si direbbe in termini legali, “gravemente offeso”; lo stesso dicasi del padre della ragazza; grazie alla morte di Surbonadier, la Emerald eredita tutti i soldi di Saint. Beh, ammetto che ho sospettato di ciascuno di loro, a turno.

Roderick Alleyn è un investigatore senza particolari guizzi che lo distinguano dai suoi illustri colleghi letterari: non ha i modi aristocratici di Philo Vance o le idiosincrasie di Hercule Poirot; non è irruento e gioviale come Gideon Fell né ha l’imperturbabilità tutta orientale di Charlie Chan; insomma, è un poliziotto con i piedi per terra, molto ammirato dai suoi subalterni, e non manca di ironia.

«Ha telefonato lei all’appartamento di Surbonadier circa venti minuti dopo essersene andato?» chiese Alleyn. «Sì. Come fa a saperlo?». «L’ho sentito». «Ma allora, perché diavolo non ha risposto?». «Ero sotto il letto».

Scene come questa e battute argute sono un’ulteriore prova dell’esperienza teatrale della Marsh, e non stonerebbero affatto in un film degli anni ’30-’40.
Nigel Bathgate ricopre il ruolo del Watson della situazione, come d’ordinanza in questo genere letterario, fornendo anche il punto di vista che più facilmente si identifica con quello del lettore; svolge il suo compito senza lode e senza infamia.
Cavarsela in mezzo ad un manipolo d’attori, abituati da sempre ad interpretare una parte, non è certo facile

Barclay Crammer fornì un’interpretazione accademica perfetta del gentiluomo affranto. Janet Emerald diede un’ottima dimostrazione di ciò che le primedonne chiamano “provare l’intera gamma delle emozioni”; (…)

La signorina Deamer testimoniò con la sincerità della giovinezza, inserendo nella voce un anelito di emozione, molto efficace. La sua deposizione fu assolutamente irrilevante. Il direttore di scena e la signorina Max si dimostrarono persone pratiche e di buonsenso. Quanto a Props, il suo aspetto e il suo comportamento erano a tal punto la rappresentazione perfetta della figura dell’assassino, che uscì dal banco dei testimoni già avvolto in un’atmosfera di sospetto. Trixie Beadle suscitò in tutti l’idea di “ero una ragazzina innocente”, ma era evidente che era spaventata e il coroner la trattò con gentilezza e delicatezza. (…)

Il padre fu sobrio, rispettoso e alquanto commovente. Howard Melville fu zelante, sincero e di nessun aiuto.

ma Alleyn non è tipo da lasciarsi confondere, intuendo sin da subito chi sia dietro alla fatale messa in scena.
Venendo all’elemento mystery vero e proprio, non è affatto difficile identificare il colpevole, tanto che la rivelazione finale è quasi lapalissiana.
Ciò nonostante, la lettura si rivela gradevole e poco impegnativa, sebbene il lettore non debba aspettarsi di mettere chissà quanto alla prova le proprie “celluline grigie”.
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Autore:

Appassionata di anime e manga da sempre, spettatrice e lettrice onnivora, con una non celata propensione per shonen, mecha e BL. Ho un debole per gli enigmi della Camera Chiusa e la Golden Age del romanzo poliziesco, libri da divorare in poltrona, avvolta da un plaid, e sorseggiando del tè.

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