Pubblicato in: libri

[Books] Middlemarch di George Eliot.

Titolo originale: Middlemarch

Autore: George Eliot

Prima edizione: 1874

Edizione italiana: traduzione di Mario Manzani (BUR, 2013)

Presentazione dell’editore: Spesso definito come il più grande romanzo inglese, il capolavoro di George Eliot narra i destini di un gruppo di uomini e donne alla disperata ricerca di amore e felicità in un piccolo centro della provincia inglese. Al centro di questo paesaggio spiccano la protagonista Dorothea Brooke, giovane idealista che, nel perseguire i propri sogni di filantropia e realizzazione intellettuale, finisce per gettarsi in un disastroso matrimonio con il pedante accademico Casaubon; e l’affascinante ma indiscreto dottor Lydgate, la cui carriera è intralciata dal desiderio di mettere in pratica metodi clinici rivoluzionari, ma anche dall’unione con la bella ma spendacciona Rosamond. I destini dei quattro personaggi e dei due matrimoni infelici vengono indagati dalla Eliot in ogni loro sfaccettatura con lo strumento chirurgico di uno stile espressivo sempre acuminato, che dà vita a un microcosmo locale ma anche universale, che contiene famiglie e gruppi, nascita e morte, tragedia e commedia e che mette impietosamente a nudo la solidissima fragilità dell’Inghilterra vittoriana.

Uomini e donne commettono penosi errori riguardo ai propri sintomi, scambiando i loro vaghi inquieti desideri talvolta per genialità, talvolta per religione, e ancora più spesso per un grande amore.

 

Tre coppie e due matrimoni infelici: è questo il perno intorno a cui ruotano le tante grandi e piccole vicende di Middlemarch, immaginaria città di provincia inglese all’inizio del XIX secolo, negli anni della Riforma elettorale.
Dorothea Brooke è una giovane donna estremamente appassionata, costantemente dedita a qualche progetto; di buona famiglia, con un forte senso religioso, vuole impegnare la propria vita per il bene del prossimo. Quale migliore occasione del matrimonio con un ecclesiastico di mezza età, Edward Casaubon, per elevare se stessa spiritualmente e intellettualmente?
Peccato, che sin dal viaggio di nozze, incolmabili differenze caratteriali comincino a separare sempre di più i due, con Dorothea che si sente esclusa dal solitario mondo del marito e da quella conoscenza che bramava conquistare attraverso di lui.
Rosamund Vincy è la ragazza più invidiata di tutta Middlemarch: figlia del Sindaco, è stata cresciuta negli agi (più di quelli che la sua famiglia si sarebbe potuta permettere) e sogna il matrimonio con un forestiero di nobili origini che le assicuri l’ascesa sociale. La risposta alle sue preghiere sembra essere Tertius Lydgate, medico (nonché appartenente all’aristocrazia terriera) tanto talentuoso quanto desideroso di affermarsi in ambito scientifico.
L’uomo non ci mette molto a capitolare ai piedi dell’affascinante Rosamund, e all’inizio è più che ben disposto ad assecondare ogni suo desiderio. La disponibilità economica di un medico in provincia, però, non è quella di un aristocratico, e Lydgate che, decidendo di abbracciare la professione medica, ha rinunciato al suo precedente status, si ritrova a fare i conti con una moglie dalle troppe pretese, finendo pesantemente indebitato.
Mary Garth non si è mai sentita bella, e certo non è mai vissuta nel lusso. Eppure c’è qualcuno che l’ha sempre amata per quello che è, sin dalla più tenera età: si tratta di Fred Vincy, fratello di Rosamund. Come la sorella, è stato eccessivamente viziato, e pur essendo di buon cuore, ha finito spesso per fare il passo più lungo della gamba. A Mary, il compito di farlo rigare dritto.
Se le donne hanno aspirazioni molto diverse per se stesse e per il proprio matrimonio (c’è l’ambizione spirituale e intellettuale di Dorothea, quella sociale di Rosamund, ma anche la pragmaticità di Mary), gli uomini, invece, condividono una certa concezione della moglie: essere fragile, delicato, sempre dolcemente sottomesso, che deve ammirare senza mai mettere in discussione l’intelletto del marito, a cui affidarsi ciecamente.
In realtà, sia Dorothea sia Rosamund, sebbene profondamente dissimili, si dimostrano entrambe meno malleabili del previsto e con un proprio spirito critico; l’iniziale idealizzazione del marito finisce per sciogliersi come neve al sole, e la mancanza di un’incondizionata soggezione femminile diviene così una delle principali fonti di crisi per le personalità maschili.
L’arguzia e la sincerità di Mary, nonché la fermezza morale ereditata dal padre, invece, tengono costantemente Fred con i piedi per terra, ed è questo ad impedire al giovane scapestrato di cacciarsi in guai sempre più grandi, facendo si che la loro unione, nonostante gli iniziali alti e bassi, si riveli estremamente solida.

 

«(…)Non lo amo perché è un buon partito.» «E allora, perché?» «Oh, mio dio, perché l’ho sempre amato. Non mi piacerebbe rimproverare nessun altro come rimprovero lui; e questo è un punto da tener presente in un marito.»

 

Intorno alle coppie principali, una ricchissima fauna umana: da uomini di chiesa con il vizio del gioco a vecchi malati dalla contorta malvagità, che pianificano a puntino cosa succederà dopo la loro dipartita per infastidire il più possibile chi sopravviverà loro; lavoratori onesti, con una ferrea etica del lavoro, ma anche affaristi senza scrupoli che ammantano (e giustificano) con la loro irreprensibilità religiosa, una colpevole spregiudicatezza, e non mancano piccole e pittoresche signorine d’altri tempi, madri tutte d’un pezzo o troppo permissive, come pure le immancabili pettegole vicine.
Middlemarch, infatti, così come sottolineato dal suo stesso sottotitolo, “Uno studio di vita provinciale” è anche e soprattutto una spaccato della società inglese all’inizio dell’Ottocento, con una rigida suddivisione in classi e una certa ritrosia nei confronti del nuovo, oltre che al gusto per lo sparlare alle spalle:

 

“(…)una prova diretta fu fornita non solo da un impiegato della banca, ma dalla stessa innocente Mrs Bulstrode, la quale parlò del prestito a Mrs Plymdale, la quale ne parlò alla nuora, una della famiglia Toller, la quale ne parlò a destra e a manca. La faccenda fu giudicata a tal punto di pubblico interesse e così importante che ci vollero dei pranzi per alimentarla, e proprio allora molti inviti a pranzo furono offerti e accettati in forza di questo scandalo riguardante Bulstrode e Lydgate; mogli, vedove e zitelle presero il loro lavoro e si recarono fuori a prendere il tè più spesso del consueto; ed ogni festeggiamento pubblico, dal Green Dragon a Dollop’s, acquistò un interesse che nemmeno la questione sulla possibilità che i Lord respingessero il progetto di riforma elettorale avrebbe potuto suscitare.”

 
 


Ciascuno preferiva congetturare come poteva essere la cosa invece di limitarsi a conoscerla; infatti le congetture ben presto divennero più credibili del sapere e lasciavano più liberamente posto all’incompatibile.

 

L’apparente integerrimo stile di vita di Middlemarch nasconde una profonda ipocrisia

 


A Middlemarch una moglie non poteva restare a lungo all’oscuro del fatto che la città intratteneva una cattiva opinione sul marito. Nessuna amica intima poteva far giungere la propria amicizia al punto di svelare in tutta franchezza alla moglie il fatto sgradevole, noto o supposto, riguardo al marito di questa: ma quando una donna, con i propri pensieri in libertà, li impiegava d’improvviso per qualcosa di penosamente doloroso per le proprie amiche, entravano in ballo vari impulsi morali che tendevano a stimolare uno sfogo. Il candore era uno di questi. Essere candida, nella fraseologia di Middlemarch, significava ricorrere al più presto a un’occasione per far sapere alle amiche che non si aveva un’idea troppo buona delle loro capacità, della loro condotta, o della loro posizione; e un candore energico non aspettava mai che venisse richiesta la propria opinione. Poi, ancora, c’era l’amore della verità – un’espressione vaga, ma che in questo caso significava una vivace avversione a vedere una moglie con un aspetto più allegro di quanto autorizzava la reputazione del marito, o che si mostrava troppo soddisfatta della propria sorte: alla poveretta si doveva insinuare in qualche modo che, se avesse saputo la verità, si sarebbe compiaciuta un po’ meno del proprio cappellino e di piatti delicati per una cena. Più forte di tutto, c’era la preoccupazione per il perfezionamento morale di un’amica, a volte chiamato la sua anima, che era probabile traesse beneficio da osservazioni tendenti alla tristezza, pronunciate con l’accompagnamento di sguardi pensosi ai mobili e con dei modi che sottintendevano che chi parlava non aveva intenzione di dire ciò che aveva in mente, per riguardo ai sentimenti dell’ascoltatrice. Tutto sommato, si potrebbe dire che un ardente spirito di carità si metteva all’opera per indurre la mente virtuosa a rendere infelice l’amica per il suo bene. A Middlemarch ben difficilmente si sarebbero potute trovare delle mogli le cui sfortune coniugali, in modi diversi, avrebbero potuto con ogni probabilità evocare questa attività morale in misura maggiore di Rosamond e di sua zia Bulstrode.

 

Allo stesso modo, il fervore religioso è spesso pura ostentazione, ed un sadico piacere prevale ogni qual volta sia possibile far affondare chi fino a poco prima era tra le fila degli uomini di potere.
Lo stile dell’autrice è estremamente sferzante, e le critiche sociali e di costume non sono certo velate, sebbene a dominare sia un tono brillantemente sagace.
Non mancano comunque personaggi con una connotazione più nettamente positiva, come Dorothea con il suo spirito di abnegazione o il focoso Will Ladislaw; lo stesso Lydgate è per lo più una vittima delle circostanze, sebbene commetta degli errori e la sua arroganza gli alieni le simpatie altrui: genuino il suo interesse per i pazienti come il desiderio di migliorare lo stato dell’arte medica, ma

 

«il carattere non è inciso nel marmo – non è qualcosa di solido e inalterabile. È qualcosa di vivo e di cangiante, e si può ammalare come il nostro corpo.»

 

Grazie alle accurate descrizioni e riflessioni del narratore onnisciente, ogni personaggio diviene la perfetta incarnazione di un certo tipo psicologico: Casaboun, ad esempio, è l’emblema di chi si perde dietro a sogni di gloria (La Chiave di tutte le Mitologie che dovrebbe conferirgli imperitura fama), ma allo stesso tempo non ha la forza per riconoscere i propri limiti, attribuendo la mancanza del dovuto riconoscimento a colpe altrui, e finisce con l’impantanarsi e con il non riuscire a concludere nulla.
Approfondita ed estremamente verosimile anche l’analisi psicologica di Bulstrode: il banchiere non è del tutto privo di scrupoli morali, eppure riesce sempre a trovare una giustificazione alle sue azioni, chiamando in causa il volere divino, e vedendo se stesso come un mero strumento.
Alla luce di simili considerazioni, e soprattutto per l’efficace rappresentazione dell’ambiguità della natura umana, non sorprende che Middlemarch venga spesso considerato come il punto più alto del romanzo inglese; negli anni, però, non sono mancate le critiche: per Henry James, ad esempio, “Middlemarch is at once one of the strongest and one of the weakest of English novels“. 
La prosa non è sempre scorrevole: l’abbondanza di particolari, le digressioni e gli interventi di un narratore onnisciente che fa sentire la propria presenza, possono rendere il procedere nella lettura non particolarmente agevole, oltre a determinare un’azione talvolta stagnante.
Middlemarch è così un libro che potrebbe spaventare anche il lettore “allenato” e con una certa dimestichezza con il romanzo inglese (in particolare ottocentesco), ma al tempo stesso mantiene una grande attualità, perché, pur cambiando tempi e luoghi, l’essenza dell’animo umano rimane fedele a se stessa nella sua mutevolezza e in una continua alternanza tra luci e ombre, in cui non è possibile definire chiari confini.
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Autore:

Appassionata di anime e manga da sempre, spettatrice e lettrice onnivora, con una non celata propensione per shonen, mecha e BL. Ho un debole per gli enigmi della Camera Chiusa e la Golden Age del romanzo poliziesco, libri da divorare in poltrona, avvolta da un plaid, e sorseggiando del tè.

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