Pubblicato in: libri

[Books] La Signora di Wildfell Hall di Anne Brontë



Titolo originale: The Tenant of Wildfell Hall


Autore: Anne Brontë


Prima edizione: 1848


Edizione italiana: trad. di Francesca Albini (Milano, Neri Pozza, 2014)

Presentazione dell’editore: Chi è l’affascinate signora nerovestita che si è installata nella decrepita, isolata residenza di Wildfell Hall? Quella donna sola, che vive con un bambino e un’anziana domestica, sarà davvero la giovane vedova che dice di essere? Helen Graham è estremamente riservata e il suo passato è avvolto in un fitto mistero. Fa il possibile per ridurre al minimo i contatti con i suoi vicini, a costo di apparire scostante e ombrosa, e trascorre le giornate dipingendo e prendendosi cura – fin troppo amorevolmente, dice qualcuno – del piccolo Arthur. Ma Gilbert Markham, giovane gentiluomo di campagna tutto dedito ai suoi terreni e al corteggiamento di fanciulle tanto graziose quanto superficiali, è subito punto da una viva curiosità per quella donna che lo tratta con insolita freddezza, quasi nutrisse diffidenza e disprezzo nei confronti dell’intero genere maschile.
Il comportamento schivo di Helen suscita presto voci e pettegolezzi maligni e lo stesso Gilbert, che pure è riuscito con delicatezza e pazienza a stringere una bella e intensa amicizia con lei, è portato a sospettare. Solo quando la donna gli consegnerà il proprio diario emergeranno i dettagli del disastroso passato che si è lasciata alle spalle. 
Nel 1848, la più giovane delle sorelle Brontë dà alle stampe un romanzo scandaloso al di là delle intenzioni: linguaggio esplicito, crude descrizioni di alcolismo e brutalità – pare che uno dei personaggi maschili sia modellato sullo scapestrato fratello Branwell – e soprattutto una donna che non perde mai il rispetto di sé e lotta per la propria indipendenza, con una forza incrollabile sostenuta da fede, intelligenza e coraggio, fino a violare le convenzioni sociali e persino la legge inglese. 
Un testo femminista ante litteram in spregio alla morale vittoriana, ma impietoso contro il vizio e la debolezza anche quando sono incarnati da figure femminili: l’adultera Lady Lowborough, la troppo mite Milicent, la maliziosa e quasi maligna Eliza Millward.
Nell’introduzione alla seconda edizione, Anne (sotto le mentite spoglie di Acton Bell) spiega chiaramente il suo intento: rappresentare il male non nella sua luce “meno cruda” ma mostrandone il vero volto.
Perché occultare il vero non aiuta a scansare il peccato e l’infelicità: meglio “poche e salutari verità” di “tante sciocche blandizie”. «Ogni romanzo», dice Acton Bell, «dovrebbe esser scritto affinché lo leggano uomini e donne, e non riesco proprio a immaginare come potrebbe un uomo permettersi di scrivere qualcosa di davvero vergognoso per una donna, o perché una donna dovrebbe essere censurata per aver scritto qualcosa di decoroso e appropriato per un uomo».

Un carattere schivo, mite, e una forte religiosità: è in questi termini che viene solitamente ricordata Anne, la più giovane delle sorelle Brontë, spesso messa in secondo piano rispetto alle più volitive Charlotte e Emily, tanto da essere definita un loro “pallido esempio”.

Due i suoi romanzi, Agnes Grey del 1847 e The Tenant of Wildfell Hall del 1848.

Se il primo ha spesso risentito del confronto con il più celebre Jane Eyre di Charlotte, il secondo brilla maggiormente di luce propria grazie a diversi pregi sia per nella struttura del racconto sia per alcuni contenuti.

La signora di Wildfell Hall si apre come romanzo epistolare, raccolta della corrispondenza tra il maturo Gilbert Markham e il suo giovane cognato.

L’uomo rievoca l’incontro con Helen Graham, misteriosa e schiva vedova, stabilitasi da un giorno all’altro a Wildfell Hall. La donna è molto restia a parlare di sé, come se avesse qualcosa da nascondere, e questo, insieme alla sua indubbia bellezza, facilita la diffusione di chiacchiere nel pettegolo vicinato.

Con molta difficoltà e pazienza, Gilbert riesce pian piano a conquistare la fiducia di Helen, ma tutto è messo in discussione quando alcune maldicenze sembrano trovare un certo fondamento.

L’idea di interrompere i rapporti con l’appena acquisito amico a causa di un malinteso, spinge Helen a consegnarli il suo diario, in modo che Gilbert possa conoscere attraverso le sue parole più sincere la verità sul suo passato.

Inizia così il vero cuore del romanzo, il memoriale di Helen, la parte più viva e che fornisce ancora oggi attuali spunti di riflessione.

Quello di Helen è il racconto di un matrimonio infelice, e non vengono taciuti né episodi di bagordi in preda ai fumi dell’alcol né amare riflessioni sulla condizione delle donne e delle mogli, molto spesso poco più di una merce di scambio, soggette al volere della famiglia o del marito.

Sebbene alimentata da profonda carità cristiana e disposta ad accettare qualsiasi prova, non importa quanto dura, in questa esistenza terrena nella prospettiva della futura ricompensa nell’altra, Helen non è una donna che china sempre il capo. Forte della sua tempra morale e supportata da un’incrollabile fede nei propri principi, capisce quando è il momento di dire basta, e decide di riappropriarsi della sua vita, pronta a badare a se stessa e a suo figlio, contando solo sulle sue forze e sulle proprie capacità per guadagnarsi da vivere con un lavoro.

È soprattuto in questo che si può rintracciare la modernità di un personaggio come Helen, comunque non privo di difetti: è per ostinazione che si sposa, illudendosi di poter “salvare” da se stesso l’uomo di cui si è invaghita, e nel suo rigore morale c’è anche un certo bigottismo, e un fervore talvolta eccessivo.

Helen rimane una figlia del suo tempo, ma parallelamente si fa portavoce di alcune istanze proto-femministe, ovviamente da contestualizzare; impossibile non sentire una certa rabbia nella parole della Brontë in quello che può essere visto come un appello per una maggiore emancipazione femminile.

Non sorprende quindi che l’opera sia stata tacciata in epoca vittoriana di essere fin troppo esplicita nel suo mettere in scena le possibili miserie quotidiane della vita matrimoniale, usualmente dipinta come approdo felice dopo le tante peregrinazioni della tipica eroina dei romanzi contemporanei; la stessa Charlotte non ha condiviso questa scelta di Anne, probabilmente perché nel ritratto dell’alcolizzato Arthur Huntington non era difficile rintracciare l’infelice Branwell Brontë.

Nonostante le critiche, Anne è sempre rimasta ferma nelle proprie convinzioni e scelte da come artista, tanto da scrivere nella prefazione alla seconda edizione di La signora di Wildfell Hall:

When we have to do with vice and vicious characters, I maintain it is better to depict them as they really are than as they would wish to appear. To represent a bad thing in its least offensive light, is doubtless the most agreeable course for a writer of fiction to pursue; but is it the most honest, or the safest? Is it better to reveal the snares and pitfalls of life to the young and thoughtless traveller, or to cover them with branches and flowers? O Reader! if there were less of this delicate concealment of facts–this whispering ‘Peace, peace’, when there is no peace,there would be less of sin and misery to the young of both sexes who are left to wring their bitter knowledge from experience.



In conclusione, The Tenant of Wildfell Hall è un’opera da riscoprire sia per riconoscere il giusto tributo ad un’autrice spesso messa in ombra dal talento delle più acclamate sorelle sia per l’attualità di alcuni temi.

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Autore:

Appassionata di anime e manga da sempre, spettatrice e lettrice onnivora, con una non celata propensione per shonen, mecha e BL. Ho un debole per gli enigmi della Camera Chiusa e la Golden Age del romanzo poliziesco, libri da divorare in poltrona, avvolta da un plaid, e sorseggiando del tè.

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