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[Books] Il sole si spegne di Osamu Dazai

Titolo originale: 斜陽, Shayō
AutoreOsamu Dazai
Prima edizione: 1947
Edizione italiana: Traduzione dall’americano The setting sun (a cura di Donald Keen) di Luciano Bianciardi (Milano, Feltrinelli, 1959).


Presentazione dell’editore Feltrinelli: “Attraverso la storia della rovina della propria famiglia narrata dalla giovane Kazuko, il romanzo adombra l’epopea tragica dell’aristocrazia declinante nel Giappone vinto e umiliato dalla guerra, e insieme propone la vivida e più vasta rappresentazione della desolazione spirituale di un paese che ha smarrito i valori della tradizione e va snaturandosi nell’incalzare di una civiltà industriale priva di idealità. Pubblicato nel 1947, un anno prima di annegarsi nel lago Tamagawa a Tokyo, Osamu Dazai vi consegnava un messaggio di disperata rivolta in cui si riconobbe e si identificò un’intera generazione – quella che visse il disordine e lo smarrimento del dopoguerra, nonché la frustrazione precoce delle speranze in un rinnovamento radicale della società. D’altra parte, il successo de Il sole si spegne, il richiamo straordinario che esercitò sul costume oltre che sulla vicenda letteraria giapponese, non si spiegherebbero senza quella potente contaminazione che fa di questa, come di tutta l’opera di Dazai, il riflesso e la cassa di risonanza della sua vita lacerata. Annullando ogni distanza da sé, sottolineando ed esasperando la corrispondenza tra le proprie esperienze e quelle dei suoi personaggi, Dazai trascrive sulla pagina letteraria una sofferenza esistenziale, il ribellismo e l’istinto di autodistruzione suggellati infine dal suicidio.

So bene che l’aristocrazia, oggi, non è più quello che era una volta, ma se è destinata a perire comunque, vorrei vederla affondare nel più elegante dei modi.


Il sole si spegne (斜陽, Shayō, 1947) è, insieme a Lo squalificato, il più conosciuto tra i romanzi di Osamu Dazai.

La decadenza di una famiglia aristocratica all’indomani della pesantissima sconfitta giapponese nel secondo conflitto mondiale riflette lo spaesato stato d’animo di un’intera nazione, orfana di un’identità. I valori di un tempo si sono sgretolati, e ancora non è chiaro se ce ne saranno altri a sostituirli.

Il senso di un declino ineluttabile accompagna le vicende di Kazuko, sua madre e suo fratello Naoji.

La donna, ultima rappresentante di una classe sociale al tramonto e vedova da tempo, ha finito con l’esaurire il proprio denaro per assecondare i desideri dei figli, cresciuti nella più completa inconsapevolezza.

Debilitata nel corpo e forse ben più profondamente nello spirito, impreparata ad affrontare le difficoltà della vita, si lascia spegnere pian piano, dignitosamente, in silenzio, mantenendo quell’eleganza d’altri tempi che l’ha sempre contraddistinta, e divenendo l’emblema stesso della lenta ma inesorabile rovina dell’aristocrazia giapponese.

Probabilmente il destino è stato più clemente con lei che non con i suoi figli, lasciandola morire senza mai conoscere la miseria morale che può nascere e crescere nell’animo umano.

Sensazione di impotenza, come se non fosse più possibile continuare a vivere. Onde di dolore battono incessanti sul mio cuore, come dopo una tempesta le nuvole bianche fuggono impazzite per il cielo.

Sia Kazuko sia Naoji, sebbene ciascuno alla sua maniera, sono diversi dalla madre, e non saranno risparmiati dai propri demoni interiori.

La voce narrante è quella di Kazuko, ma anche Naoji parla attraverso i diari e le lettere letti da sua sorella.

La guerra. La guerra del Giappone è un atto di disperazione. Morire assorbito in un atto di disperazione… no, grazie. Preferisco morire di mia mano.

Naoji si è sempre sentito accompagnato da un senso di estraniazione: prese le distanze dalla sua classe sociale d’appartenenza, di cui avverte l’inevitabile disfacimento, cerca di trovare spazio nel “popolo” ma fallisce. Si mischia con uomini dei ceti sociali più bassi, in realtà, però, non viene mai davvero accettato, sebbene si getti a capofitto in una continua baldoria fatta di droghe, alcool e donne;lo stesso Naoji avverte di rimanere sempre e comunque un aristocratico, nonostante il dissoluto stie di vita a cui si abbandona. Non è un’edonista, e non trae piacere dai suoi eccessi; è tutta una farsa, un tentativo di dissimulare il proprio disagio.

In linea con la poetica dell’autore, è difficile individuare un confine tra quella che è stata l’esperienza personale di Dazai e quello che riporta su carta attraverso i suoi personaggi:

Quando fingevo d’esser un ragazzo precoce, la voce si sparse che ero precoce. Quando mi comportavo da ozioso, la voce fu che ero un ozioso. Quando facevo finta di non saper scrivere un romanzo, la gente diceva che non sapevo scrivere. Quando mi comportavo da bugiardo, mi chiamavano bugiardo. Quando mi comportavo da ricco, sparsero la voce che ero ricco. Quando ostentai indifferenza, mi classificarono tra gli indifferenti. Ma quando io, senza volere, mi lamentai perché davvero soffrivo, sparsero la voce che fingevo la sofferenza. Il mondo è fuori sesto.

Ecco così che le parole di Naoji paiono nient’altro che la dolorosa confessione dello stesso Dazai, e personaggio e autore vengono ulteriormente accomunati dalla scelta del suicidio per porre fine al proprio male di vivere.

Diverso l’atteggiamento di Kazuko.

Pur avvertendo con la stessa chiarezza di Naoji il senso di un’inarrestabile decadenza, si rimbocca le maniche e in qualche modo riesce ad andare avanti. Nel suo passato un divorzio e la morte di un figlio subito dopo la nascita. A darle l’impulso a continuare a vivere sono due ideali, la rivoluzione e l’amore.

Perché l’amore fisico è cattivo e l’amore spirituale buono? Io non capisco. Non posso non considerarli la stessa cosa. Vorrei proclamare che sono colei che può distruggere il proprio corpo e la propria anima nella genia, per amore, per una passione che non sa comprendere, o per il dolore che ne è nato.

Si innamora infatti di un amico del fratello, uno scrittore dalle umili origini, che pur avendo una moglie e una figlia, trascorre le sue giornate (e soprattutto le sue serate) nella dissolutezza. Non è chiaro se si innamori effettivamente dell’uomo, che ha tanto di riprovevole, oppure di un’idea, da sempre attratta dall’arte e dagli artisti.

“Bevo per disperazione. La vita è troppo terribile per sopportarla. Miseria, solitudine, ristrettezza schiantano il cuore. Quando senti i tetri sospiri del dolore, dalle quattro mura che ti circondano, allora sai che non c’è sorta di felicità che rimanga, per te. Quali sentimenti credi che abbia un uomo quando comprende che mai conoscerà la felicità e la gloria, per tutta la sua vita? Duro lavoro. Tutto quello che ne risulta è solo cibo per le bestie selvagge della fame.”

La loro storia, infatti, è fatta di due fugaci incontri, nient’altro, e vive essenzialmente nelle intenzioni di Kazuko. In lei la consapevolezza che ciascuno deve trovare il suo modo di vivere, e non c’è nulla da biasimare qualunque esso sia.

Se è vero che l’uomo, una volta venuto al mondo, deve in qualche modo spendere la sua vita, non bisogna disprezzare l’aspetto esteriore che ci presenta la gente, quando cerca di vivere, anche se la sua vita è brutta non meno del suo aspetto. Essere vivi. Essere vivi. Un’impresa immensa, insostenibile, di fronte alla quale non si può far altro che restare col fiato mozzo.

Abbraccia una sua visione di vita dissoluta, che vuole essere un oltraggio al perbenismo, e cerca in una fortemente ricercata maternità una ragione d’essere.

La rivoluzione deve avvenire, da qualche parte, ma la vecchia moralità resta immutata nel mondo che ci circonda e ci sbarra la strada. Per quanto infurino le ondealla superficie del mare, l’acqua del fondo, lungi dal rivolgersi, giace immota; desta, ma simula il sonno. Ma io credo, in questo primo scontro, d’essere riuscita a scalzare la vecchia moralità; forse solo un poco. Intendo combattere una seconda, una terza battaglia insieme al bambino che nascerà. Dar vita al figlio dell’uomo che amo, crescerlo, questo sarà il compito della mia rivoluzione morale (…). Un bastardo e sua madre. Vivremo in lotta continua contro la vecchia moralità, come il sole.

Forse nello scegliere per i due fratelli dei destini opposti, Dazai ha voluto lasciare un pur flebile barlume di speranza: Naoji, l’uomo, nel momento in cui non riesce a rinunciare ai propri principi e a quello che in fondo è e sarà sempre, ossia un aristocratico, non trovando un suo posto nel mondo, sceglie il suicidio, la morte; Kazuko, la donna, nonostante non abbia più nulla, costretta a vendere vestiti e gioielli, simboli di un passato che non potrà più tornare, e a coltivare dei campi per poter mangiare, sceglie di mettere al mondo un bambino, e di trovare il lui il senso stesso della sua esistenza; in altre parole, sceglie la vita.

Due atteggiamenti, quindi, uno ancorato agli ideali, e destinato alla morte, l’altro pragmatico, che si aggrappa alla vita.

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Autore:

Appassionata di anime e manga da sempre, spettatrice e lettrice onnivora, con una non celata propensione per shonen, mecha e BL. Ho un debole per gli enigmi della Camera Chiusa e la Golden Age del romanzo poliziesco, libri da divorare in poltrona, avvolta da un plaid, e sorseggiando del tè.

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