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[Anime] L’Invincibile Zambot 3

Titolo originale: 無敵超人ザンボット3 Muteki Choujin Zanbot 3
Genere: mecha, fantascienza, drammatico
Regia: Yoshiyuki Tomino
Soggetto: Yoshiyuki Tomino, Yoshitake Suzuki
Sceneggiatura: Yoshihisa Araki, Shuichi Taguchi, Soji Yoshikawa, Hiroyuki Hoshiyama, Yoshitake Suzuki
Character Design: Yoshikazu Yasuhiko
Mechanichal Design: Ryoji Hirayama, Studio Nue
Musiche: Takeo Watanabe, Yuji Matsuyama
Anno: 1977
Studio: Nippon Sunrise
Formato: serie tv
Episodi: 23
Disponibilità italiana: Dynit

Trama (dal sito Dynit):
A bordo dello Zambot Ace, Kappei, discendente dell’antica stirpe aliena dei Jin, giunta sulla terra dal pianeta Biar, si batte contro i Mecha Burst delle armate di Gaizok, aiutato dai cugini Uchuta e Keiko. Ma gli attacchi del crudele Butcher si fanno sempre più violenti ed incalzanti: è necessario che le astronavi dei tre ragazzi si uni-scano in un unico, potente robot, l’invincibile Zambot 3! Ma a osteggiare Kappei non ci sono solo i Mecha Burst: i terrestri iniziano infatti a meditare la cacciata dei Jin, ritenendoli responsabili degli attacchi dei Gaizok al loro pianeta.
Primo progetto indipendente dell’allora Nippon Sunrise, L’Invincibile Zambot 3 risale al 1977, e rappresenta un importante punto di passaggio tra la classica concezione del robottomono e alcune innovazioni, soprattutto in termini di tematiche trattate e struttura narrativa, che conosceranno il loro apice in produzioni successive.
L’inizio è dei più tradizionali: viene presentato il protagonista, ennesimo esponente della categoria “giovane pilota di super robot”, testa calda, fin troppo sicuro di sé, con la passione per le moto e la tipica attitudine da teppistello; non mancano neanche alcune sequenze d'”obbligo”, come i lunghi percorsi del pilota per raggiungere la cabina di pilotaggio, o i nomi delle armi pronunciati a gran voce.
Più tardi anche l’imprescindibile sequenza d’agganciamento
e la celeberrima mossa finale.
Eppure che in Muteki Choujin Zanbot 3 (ossia “L’Invincibile Superuomo Zambot 3“) ci sia qualcosa di diverso lo si capisce sin da subito: il super robot protagonista nella sua forma completa non compare che nel terzo episodio, mentre i primi due sono utilizzati soprattutto per presentare personaggi e ambientazione.

Viene rispettato lo schematismo del “mostro della settimana” (sebbene meno pressante con il procedere delle puntate, sempre più concatenate l’una all’altra), eppure gli scontri tra lo Zambot e il Mecha Burst di turno appaiono spesso come un (inevitabile per quei tempi) intermezzo nel racconto delle vicende della famiglia Jin.

Al centro della narrazione, infatti, ci sono loro, i Jin, che idealmente vengono contrapposti ad uno dei temi fondamentali dell’opera, così come riportato nel Roman Album del 1979, ossia la mancanza di legami tra le persone, che sempre più caratterizza la società contemporanea.

Ciascuno membro della famiglia fa la sua parte, dai nonni ai genitori, e persino i bambini più piccoli non sono da meno; si sostengono a vicenda e rimangono uniti, nonostante le difficoltà derivanti non solo dalla battaglia contro gli spietati Gaizok, ma anche dal crescente astio della popolazione terrestre che li considera la causa dell’attacco alieno.

Sono persone comuni costrette a diventare “speciali”; questo, però, coincide con l’inizio delle ostilità da parte degli altri abitanti dell’isola. Gli “eroi” si trasformano così in dei reietti.
Non è la prima volta che i “buoni” si trovano ad essere osteggiati da chi difendono (accade, ad esempio, nello stesso Great Mazinger di Nagai e Ota), ma il tema non ha mai avuto lo stesso peso nell’economia della trama, e ciò conferisce estremo realismo alla narrazione.
Ci viene offerto il punto di vista e dei protagonisti e dei terrestri, spaventati dopo lo sconvolgimento delle loro vite dovuto all’arrivo dei Gaizok.

Nonostante le buone intenzioni dei Jin, infatti, gli scontri contro i Mecha Burst causano danni e diversi morti: c’è chi perde la propria casa, chi la sua attività, chi l’intera famiglia.

Viene messo quindi in risalto tutto ciò di negativo che la guerra porta con sé, e le conseguenze sulla popolazione civile.

I Jin sono nel giusto, combattono non nel proprio interesse, ma in difesa di tutto il pianeta Terra, e l’ingratitudine dei terrestri suscita scalpore (all’epoca, tra le lettere dei telespettatori c’è stato anche chi ha scritto di “vergognarsi di essere un terrestre”), eppure non c’è una condanna esplicita nei confronti di tale atteggiamento, in quanto viene presentato come frutto della paura e della disperazione.La famiglia Jin è una famiglia idealizzata, un modello proposto da Tomino per trattare uno dei temi a lui cari come il ruolo dell’uomo e della donna, dei giovani e degli anziani; siamo lontani dal pessimo di un Ideon, ove non c’è legame che tenga, o dal nichilismo finale di Daitarn 3, sebbene un comune substrato possa essere intravisto tra le righe.

Parallelamente alla parabola della famiglia Jin, c’è il percorso individuale del protagonista Kappei, che matura nel corso della serie conseguentemente agli eventi.

Se all’inizio risponde con rabbia alla mancanza di comprensione da parte dei terrestri, pian piano impara a mettersi nei loro panni; è smargiasso, fin quasi arrogante, ma poi rimane senza parole nel confronto finale con il “vero” nemico che lo mette di fronte a quelli che vengono presentati come dati di fatto, ossia il lato oscuro dell’animo umano, la superbia, l’ingratitudine.

Kappei non è che un ragazzino, addestrato a pilotare un super robot e a non aver paura grazie ad un suggestione ipnotica; è emblematico che nella sua ultima scena appaia in lacrime e rannicchiato in posizione fetale, come se, ora che tutto è finito, possa tornare ad essere quello che è, un bambino che ha bisogno di sua madre.

A quanto pare, con L’Invincibile Zambot 3 Tomino ha voluto riproporre il tema della maturazione dello spirito, così come intesa da Nietzsche in “Così parlò Zarathustra” e il “super-uomo” del titolo non è quindi casuale.

Dopo i gemellari Combattler V e Voltes V (Vultus V in Italia), a detta dell’autore, sul fronte mecha non sembra ci sia l’intenzione di fare nulla di nuovo, ma con Zambot 3 e l’inizio dell’attività della Sunrise, il regista/sceneggiatore vuole lanciare qualcosa che si distingua nel panorama dei cartoni animati robotici, che si allontani dagli stilemi della Toei, e che in pratica non sia solo un robottomono, ma che sia prima di tutto un anime, una storia fatta di persone.A Tomino viene affidata la regia e la direzione generale del progetto e, spinto da un lucido pragmatismo, riesce a raggiungere un ottimo equilibrio tra la volontà di raccontare una storia e le richieste dello sponsor, la Clover, ditta produttrice di giocattoli.

Ad esempio, l’età media dei protagonisti è più bassa del solito: non adolescenti, ma bambini (Kappei ha circa 12 anni), e questo per un maggiore coinvolgimento del pubblico di riferimento e potenziale acquirente.

Lo stesso titolo è frutto di un compromesso: il nome “Zambot” deriva da “san” (tre) e “robot” a sottolineare come il super robot protagonista sia il frutto dell’unione di tre unità, concetto ancora più enfatizzato da quel “3”. Il Muteki Choujin tiene conto e delle richieste della Clover, che insiste sull’aggettivo “muteki” ossia “invincibile” e di quelle dello studio che riesce a far sostituire “robot” (un po’ troppo ripetitivo affiancato a “Zambot“) con choujin” (“superuomo”).


Nel contempo, Tomino riesce ad ottenere di poter introdurre tematiche che ancor oggi sembrano difficilmente digeribili per un pubblico di giovanissimi; per l’autore, però, raccontare una guerra senza mostrarne gli orrori è una scorrettezza.

Non ci sono censure, né omissioni; non c’è neanche compiacimento nel mostrare la crudezza di certe scene, che si imprimono comunque indelebilmente nella memoria.Celeberrimo il caso delle “bombe-uomo”, spesso considerato eccessivo per un programma per ragazzini. A distanza di più di 20 anni, in un’interista rilasciata nel 2003, lo stesso Tomino ammette di aver esagerato; non rinnega il messaggio che ha voluto trasmettere, ma con il senno del poi forse ne avrebbe ammorbidito i toni.

Non è vero che arrabbiarsi per la morte di una persona e sconfiggere il mostro che ne ha causato il decesso possa riportare le cose alla normalità. Non funziona così, e non voglio insegnare queste lezioni ai bambini“.

Yoshiyuki Tomino, intervista del 2003
da L’Invincibile Zambot 3 Archives allegato al 3° dvd della serie

Di morti in Zambot 3 ce ne sono molte, e non vengono risparmiati neanche i personaggi a cui lo spettatore si è poco a poco affezionato; non sono vittime anonime, occasionali, ma sono facilmente riconoscibili.

Non è certo il primo anime, anche in ambito robotico, in cui personaggi conosciuti muoiono, però molto spesso la morte è un sacrificio coscientemente scelto; in Zambot 3 c’è tutto questo, ma ci sono anche morti semplicemente “subite”: è il caso dell’incosciente Aki, che perde la vita proprio quando pensa di aver raggiunto la sicurezza, o quello di Hamamoto che dopo un iniziale volontà di essere eroico si lascia prendere dallo sconforto e dalla paura di chi si vede costretto a morire da solo, lontano dai propri cari.

In contrasto con la serietà e drammaticità dell’atmosfera generale, gli antagonisti, primo fra tutti Killer the Butcher sono presentati come delle macchiette sadiche; forse è voluto, perché in loro non c’è nulla di umano, ma allo stesso tempo è comunque qualcosa di stridente.

Nel finale, la rivelazione circa la vera identità del nemico, con un ribaltamento del punto di vista a cui lo spettatore contemporaneo è abituato, ma probabilmente non si può dire lo stesso di quello del 1977.

In base a successive dichiarazioni,  sembra che Gaizok non sia altro che una metafora degli USA, e che per il Computer dell’ottava generazione sia ispirato a HAL 9000 (l’occhio di Gaizok è la telecamera di HAL 9000).

Circa gli aspetti tecnici, L’Invincibile Zambot 3 non è uno di quei prodotti che si staglia tra i suoi contemporanei. La cura dei dettagli è a volte altalenante: ci sono episodi ottimi, ed altri un po’ più abbozzati.

Complessivamente senza lode e senza infamia, nonostante l’apporto dello Studio Nue, chiamato in causa come supporto per il mecha design.

Delle bozze dei Mecha Burst è incaricato Mitsuru Hiruta, che precedentemente ha lavorato per la Dynamic Production di Nagai; non sorprende quindi che “i mostri della settimana” abbiano un qualcosa di pagaiano.

Maggiore originalità viene messa nella creazione del super robot. Secondo Masao Iizuka, responsabile della progettazione e dell’impostazione degli anime Sunrise all’epoca di Zambot 3, i capostipiti del genere robotico, Mazinger Z e Great Mazinger hanno un che dei cavalieri occidentali; la Sunrise decide quindi di ispirarsi per i suoi super robot ai samurai giapponesi.

Per i colori del robot si utilizza la medesima scelta fatta per Yusha Raideen, suggerita da dei bambini, i fruitori ultimi del prodotto, ossia bianco, rosso e blu, a cui si aggiunge il giallo che sostituisce l’oro del kabuto, l’elmo dei samurai giapponesi.

La luna falciata dello Zambot 3 si rifà all’immagine del protagonista di Hatamoto taikutsu otoko, romanzo prima e film poi, quel Mondonosuke Saotome fonte d’ispirazione anche per Nagai e il “suo” Mondo Saotome, oltre che richiamare l’elmo del celebre Masamune Date.

 

Peccato per il character design del maestro Yoshikazu Yasuhiko, un po’ “sprecato”, piuttosto che riproposto al suo meglio.

Impegnato in Addio Yamato, YAS non ha potuto assumere il ruolo di direttore delle tavole originali, e nessuno è stato scelto per rimpiazzarlo, probabilmente per questioni di budget; l’artista non ha mai nascosto il suo scontento per tale decisione.

fonte:  L’Invincibile Zambot 3 Archives allegati ai dvd della serie

 

Efficaci opening e ending, soprattutto la prima, contagiosa con il suo reiterato “za, za, zan…

 

Storia: ♥♥♥♥ e 1/2

Disegni/Animazione: ♥♥♥

Edizione:♥♥♥ e 1/2

Voto complessivo: ♥♥♥♥










ExtraZambot 3 e Daitarn 3
Chissà perché ma è proprio con il robot dell'”Attacco Solare” che viene piuttosto facile fare un raffronto: Zambot 3 e Daitarn 3 sono, per diversi aspetti infatti, due opere speculari e complementari.
Ad unirli innanzitutto quel “3”, che sembrava destinato a diventare quasi un marchio di fabbrica della giovane Sunrise; il design dei mecha, poi, non è così dissimile, e le musiche sono opera del medesimo Takeo Watanabe. Da non dimenticare poi le espressioni dello Zambot Ace, che trovano pieno sfogo nella mimica facciale del Daitarn.
Tra gli elementi che invece si contrappongono, gli attacchi finali (Moon Attack per ZambotAttacco Solare per Daitarn); inoltre, se in Zambot 3 abbiamo una famiglia unita nonostante tutto, in Daitarn 3 c’è una famiglia irreparabilmente frantumata.
Si può dire che in Zambot 3 nonostante i costanti toni cupi e drammatici, ci sia spazio per uno spiraglio di speranza (gli amici si ritrovano e i terrestri pian piano imparano a fidarsi dei Jin); in Daitarn 3, invece, l’apparente atmosfera scanzonata, da vera e propria parodia del genere, nasconde la tragicità della condizione umana.
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Autore:

Appassionata di anime e manga da sempre, spettatrice e lettrice onnivora, con una non celata propensione per shonen, mecha e BL. Ho un debole per gli enigmi della Camera Chiusa e la Golden Age del romanzo poliziesco, libri da divorare in poltrona, avvolta da un plaid, e sorseggiando del tè.

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