Pubblicato in: anime

[Anime] The Big O



Titolo originaleTHE ビッグオー (Za Biggu Ō)
Genere: mecha, azione, poliziesco, noir, fantascienza
Regia: Kazuyoshi Katayama
Soggetto: Hajime Yatate
SceneggiaturaChiaki J. Konaka, Kazuyoshi Katayama
Character DesignKeiichi Satou
Mechanical Design: Keiichi Satou
Musiche: Toshihiko Sahashi
Anno: I serie 1999 – II serie 2002
Studio: Sunrise, Bandai Visual
Episodi: 2 serie da 13 episodi ciascuna
Disponibilità italiana: fansub

Cast in the Name of God

 

Ye Not Guilty


Paradigm City, la città senza memoria, in cui i ricordi possono riaffiorare all’improvviso, come incubi.
Sono passati 40 anni dal misterioso evento che ha cancellato ogni ricordo degli abitanti (umani e non) di quella che è oggi Paradigm City. Un città grigia, illuminata da un sole artificiale nei “dome”, isole di benessere circondate da un degrado sempre più crescente. 
E’ in questo scenario che si muove Roger Smith, il miglior “Negoziatore” della città: dovrebbe essere un mediatore, ma spesso si trova a svolgere il ruolo di investigatore privato. 
Il suo ultimo caso non si certo concluso come si aspettava: avrebbe dovuto semplicemente consegnare i soldi di un riscatto, ma quella che si ritrova tra le mani non è ragazza qualunque, bensì un androide perfetto in ogni particolare (e con un innegabile sarcasmo). 
E quando i mezzi del Negoziatore non bastano, è il momento che scenda in campo il gigantesco Big O. Showtime!

Big O! Showtime!

Sembra praticamente impossibile parlare di The Big O senza far riferimento a Batman: The Animated Series, con cui lo show della Sunrise ha un evidente debito stilistico.
Probabilmente lo studio giapponese si diverte a creare dei parallelismi tra la sua creatura e il mondo del più famoso Uomo Pipistrello: Roger Smith è un novello Bruce Wayne, che si atteggia a galante playboy, elegante, con un impeccabile dress code (che si caratterizza per una predilezione per il nero),  e non può mancare un maggiordomo factotum a suo servizio, Norman, l’unico a conoscere la sua doppia identità come pilota del Big O, e che si occupa tanto della casa quanto della manutenzione del robot.
E se Batman trova il suo assistente nel “ragazzo prodigio” “Robin”, Roger ha la sua “Nightingale”, l’androide “prodigio” R. Dorothy Wayneright. Completano l’appello il rigoroso servitore della legge, il Maggior (poi promosso Colonnello) Dastun e alcuni villains sopra le righe, con un particolare gusto per la moda, e magari pure sfigurati.
Qualcuno ha detto “Bat-mobile”?
Beh, c’è anche quella, insieme ad una ricca dotazione di gadget tecnologici, e sebbene non si possa parlare di una vera e propria Bat-caverna, Smith utilizza quella che era una volta la rete metropolitana, ormai abbandonata, per gli spostamenti del Big O, ed è sempre qui che il gigantesco robot viene celato ad occhi indiscreti.
Ad ogni modo, le analogie sono squisitamente formali, mentre il contenuto delle due serie animate è ben distinto.
The Big O si regge principalmente sulla caratterizzazione dei personaggi, un cast ristretto quanto ben delineato ed amalgamato.
Roger Smith, il Negoziatore, si presenta come un gentiluomo d’altri tempi: non sembra aver bisogno di lavorare per vivere, ed è molto selettivo nella scelta dei propri clienti. Ha una rigida etica del lavoro, e dà grandissima importanza alla lealtà e al fair play. Tutto viene organizzato secondo regole ben precise, talvolta volutamente capricciose (l’obbligo per tutti gli abitanti della casa di vestire di nero, o il permettere l’ingresso senza invito alle sole donne) e mai che manchi la cortesia verso il gentil sesso. Ha lasciato la Polizia Militare perché disgustato dai compromessi a cui ha dovuto assistere. E’ una sorta di disilluso cavaliere un po’ anacronistico, un cinico romantico, che si trova a ricoprire, con eleganza e savoir faire, il ruolo dell’eroe. Dietro l’inappuntabile facciata, però, c’è anche un lato più oscuro, fatto di inspiegabili e sempre negate paure, che nel corso della storia dovrà trovare il coraggio di affrontare; allo stesso modo, sarà anche chiamato ad interrogarsi su stesso, e rispondere al perché sia stato scelto come pilota del Big O e per quale motivo combatta.
R. Dorothy Wayneright, algido androide, che pure lascia spesso trapelare una sensibilità, un’empatia quasi, inaspettate. E’ un continuo mistero, ed è praticamente impossibile capire come ragioni e il perché delle sue azioni. E’ un elemento di rottura nella routine di Roger, cocciutamente sfrontata dietro una maschera impassibile. Non manca neanche un certo atteggiamento di sfida, nonché una gelosia tutta femminile.
Il rapporto tra Dorothy e Roger è una dei fulcri intorno a cui ruota l’intera trama,

e la sua evoluzione va di pari passo con quello dei personaggi e della storia. Le loro scaramucce non sono i soliti battibecchi, ma mantengono piuttosto un certa arguzia da vecchia Hollywood.
Innegabile il sottinteso romantico, nonostante la palese impossibilità dell’amore tra un uomo ed una macchina, sebbene alcune delle sottotrame sembrino smentire tale assunto.

We have come to terms

Norman Burg è l’impareggiabile maggiordomo di casa Smith: un tuttofare che dà il meglio di sé in cucina e come meccanico del Big O. Con il suo aplomb molto british ha a volte anche la funzione di inaspettato intermezzo comico, accoppiato o meno con la compassata Dorothy.

Dan Dastun è l’emblema della dedizione al proprio lavoro. Dall’innegabile integrità morale, è molto affezionato a Roger Smith, sebbene i due spesso siano in contrapposizione, ed in virtù del suo ruolo non può certo approvare l’operato del Big O. E’ perfettamente cosciente di chi sia in realtà il pilota del Megadeus, ma fa finta di ignorarlo, ed è l’affidabile alleato di Roger nelle istituzioni nel momento del bisogno.
Angel, la donna del mistero: pare sapere molte più cose di quanto non voglia confessare. Ambiguo il suo rapporto con Roger Smith, fatto di attrazione e consapevolezza di non potersi lasciare andare, perché bisogna fare quello che deve essere fatto.
Big O, il Megadeus, ossia un robot gigante d’origine sconosciuta, forse frutto dell’ingegno umano, forse qualcosa di completamente indipendente. E’ uno dei misteri della serie, così come il nesso che riesce ad instaurarsi tra queste creature e Dorothy.
“Alter Ego” d’acciaio di Roger Smith oppure partner? O ancora: è stato Roger a scegliere di pilotare il Big O, o è stato scelto?

Sul fronte villain, c’è una certa carenza nella caratterizzazione psicologica, piuttosto stereotipata e poco originale: criminali da strapazzo (fondamentalmente sfigati), folli che si sono persi nella loro ricerca della verità, sadici assettati di sangue e  immancabili father issue.

La struttura narrativa riesce a coniugare molto bene un’impostazione procedurale (il caso e l’avversario della settimana) con una narrazione seriale più ampia: ogni puntata aggiunge un tassello in più nel quadro generale, e continui sono i rimandi a quanto accaduto o scorci di scenari futuri.

Si è parlato del “debito” nei confronti di Batman: The Animated Series, ma il citazionismo di The Big O non si ferma qui: c’è un’evidente influenza del hard boiled e del noir made in USA, e non solo per l’atmosfera anni’40, conferita da scenografia, costumi e musiche; il protagonista, infatti, ricalca molti degli stereotipi del genere: è un detective, un ex-poliziotto, un solitario che incontra i suoi informatori in fumosi bar, e che non sa dir di no alle richieste d’aiuto di una signora. Come Marlowe & soci, inoltre, Roger Smith spesso narra o commenta le vicende in prima persona, secondo il proprio punto di vista, e, come da copione, finisce con l’incappare nella bionda dark lady di turno, bella come un angelo (Angel, appunto) ma che può condurre un uomo alla rovina.
La stessa fotografia, la scelta e il ritmo di alcune inquadrature, l’alternanza di luci e ombre sembrano mutuati da un film in bianco e nero degli anni’40.

I riferimenti a prodotti di intrattenimento occidentale non finisco qui, basti pensare all’opening con una grafica alla 007 e un tema che ricalca il Flash Gordon dei Queen.

Big O! Action!

Ad ogni modo, The Big O si inserisce anche nel filone più tradizionale del mecha made in Japan, richiamando alla mente gli albori del genere con un robot gigante che sembra vicino parente delle creature di Mitsuteru Yokoyama.
E poi c’è il mood steampunk che condivide con altri anime anni’90, dall’ovvio Giant Robot – The Animation a Fushigi no Umi no Nadia.

I mecha in questa serie hanno un che di massiccio, e non si abbandonano a particolari virtuosismi come altri illustri colleghi; eppure c’è una ricercata eleganza, e nella semplicità, essenzialità quasi dei combattimenti, c’è comunque una coreografica fluidità.

Il Megadeus viene azionato da comandi manuali, e i suoi movimenti ricalcano quelli del pilota; anche in questo si può notare una predilezione per ciò che è apparentemente elementare, ma al contempo efficace.

Le animazioni sono sempre ottime, sicuramente sopra la media.
C’è pure una certa autoironia: in una puntata, lo studio Sunrise, celebre proprio per le sue produzioni di genere robotico, mette parodisticamente in campo contro Big O un robot componibile vicino a quella che è ormai la più diffusa immagine del Super Robot nipponico, in un contesto che peraltro vuole riproporre il Giappone di oggi, misto di tradizione e innovazione tecnologica; facile intuire chi la spunti (e senza neanche troppa fatica), quasi a voler dimostrare che i veri classici della robotica non hanno nulla da invidiare ai tanti pronipoti e loro virtuosismi.


The Big O non è comunque solo un poliziesco con combattimenti tra robot: l’impianto è quello della più classica fantascienza con tematiche come la memoria e la manipolazione dei ricordi, la creazione artificiale, mondi illusori, rigide divisioni tra classi, poteri divini creati dall’Uomo, ma anche la figura dell’androide, e i dubbi sulla sua possibilità di provare emozioni e di relazionarsi con l’essere umano, oltre alla domanda su cosa renda davvero umano e dia un senso alla propria esistenza.
E come ciliegina sulla torta, non mancano citazioni di Metropolis.
Si potrebbe parlare di una sorta di  suggestiva ed accattivante “fantascienza noir“.
Detto questo, non si deve pensare che siano le atmosfere dark a prevalere: c’è, infatti, un riuscito equilibrio con elementi più leggeri, come i “vizi” e le regole di Roger Smith, i suoi confronti con la sempre imperturbabile Dorothy, o le impagabili entrate in scena di Norman.

 

 

Inizialmente programmata come una serie da 26 episodi, la fredda accoglienza in patria, blocca la produzione a 13; fortunatamente il pubblico occidentale appare gradire molto più dei giapponesi, e i successivi 13 episodi, realizzati a circa 3 distanza dai precedenti, sono possibili anche grazie agli investimenti esteri, ad esempio dell’americano Cartoon Network.
Diversi critici hanno però trovato la seconda serie meno avvincente della prima (minor ritmo, minor freschezza), e così, un’ipotetica terza parte non hai visto la luce, e il finale risulta così forzatamente condensato.
Personalmente non ho notato uno stacco così netto: la seconda serie pare semplicemente approfondire le tematiche progressivamente emerse nella prima; vero è che alcune domande vengono più volte reiterate prima che si giunga ad una risposta, cosa che può lasciare l’impressione di continuare a girare in tondo, e che il finale, dopo un eccellente e perfettamente giustificato (“Showtime!” “Action!“) plot twist, prema sull’acceleratore, lasciando senza una chiara risposta alcuni quesiti. Sono comunque peccati piuttosto veniali, che non incidono più di tanto sul giudizio complessivo.


Sul fronte manga, The Big O presenta due adattamenti, pubblicati in patria contemporaneamente alla messa in onda delle due serie tv, The Big O (edito in Italia dalla Star Comics) e The Big O: Lost Memory di Hajime Yatate e Hitoshi Ariga.

 

Complessivamente, The Big O è la dimostrazione del possibile felice connubio di mondi apparentemente distanti, come fantascienza e detective story d’altri tempi; è una estremamente elegante nel suo essere così retro, che dovrebbe soddisfare i palati più raffinati.
E’ anche un’ulteriore prova della duttilità di un genere come il mecha, che sa adattarsi e cambiare forma, pur quando ribadisce con orgoglio le proprie origini e precursori.



Storia: ♥♥ e 1/2

Disegni/Animazione: ♥

Edizione: /

Voto complessivo: ♥
Annunci

Autore:

Appassionata di anime e manga da sempre, spettatrice e lettrice onnivora, con una non celata propensione per shonen, mecha e BL. Ho un debole per gli enigmi della Camera Chiusa e la Golden Age del romanzo poliziesco, libri da divorare in poltrona, avvolta da un plaid, e sorseggiando del tè.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...